Negli ultimi mesi il romanzo Il Segreto del Re ha riportato l’attenzione su una figura che per Cefalù dovrebbe essere imprescindibile: Ruggero II. Un sovrano che ha costruito un’idea di convivenza culturale unica in Europa, un visionario che ha scelto la città come cuore del suo progetto politico e spirituale. Eppure, nonostante il Duomo, nonostante le tracce indelebili del suo passaggio, la sua memoria resta sorprendentemente sottovalutata.
Ne abbiamo parlato con l’autore del romanzo, Mario Macaluso, che attraverso la narrativa sta restituendo a Ruggero il ruolo storico e simbolico che merita.
Mario, lei parla spesso di “cultura ruggeriana”. Cosa significa oggi questa espressione?
Significa restituire a Ruggero II la sua vera dimensione: quella di un sovrano che non ha costruito solo un regno, ma una civiltà. Ruggero ha creato un modello che oggi definiremmo modernissimo: una società multiculturale, capace di far dialogare arabi, latini, greci, normanni, ebrei. Eppure questo patrimonio non viene raccontato abbastanza, soprattutto a Cefalù, la città che fu il cuore della sua visione.
Possiamo dire che Ruggero anticipò l’idea moderna di pluralismo culturale?
Assolutamente sì. Nel suo regno non c’era “l’altro”. C’era una sola civiltà costruita da tante culture. È un’idea rivoluzionaria per l’XI secolo. Eppure, oggi, quando si parla di Ruggero, si riduce tutto a un re normanno e a un Duomo. È molto di più: è un laboratorio di convivenza che ancora oggi dovremmo studiare.
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E nel romanzo questo emerge con forza.
Ho cercato di far vedere Ruggero non come un personaggio da manuale, ma come un uomo che costruisce ponti, che sogna città, che dà forma a un’idea di Sicilia che anticipa l’Europa di oggi. Il Segreto del Re è un romanzo, certo, ma racconta verità che la storia a volte trascura.
A Cefalù però Ruggero non è valorizzato come dovrebbe.
È un paradosso doloroso. La città non ha un percorso ruggeriano, non ha un museo dedicato alla sua corte, non ha celebrazioni annuali. Nelle scuole se ne parla poco, come se fosse un re lontano, quasi estraneo. E questo impoverisce la nostra identità. Cefalù esiste perché Ruggero ha avuto un sogno. Dovremmo avere il coraggio di ricordarlo.
Lei sostiene che il mito di Federico II abbia offuscato Ruggero II.
Sì. Federico ha catturato l’immaginario europeo: era enigmatico, complesso, affascinante. Ruggero era più solido, più concreto, più costruttore. Ma proprio questa sua grandezza – silenziosa, stabile, fondativa – è stata messa da parte. È come se la storia avesse raccontato il figlio e dimenticato il padre.
Nel romanzo emerge anche ciò che accade dopo la morte di Ruggero. Un capitolo poco noto della storia cefaludese.
Quando Ruggero muore, accadono scelte politiche che cambiano per sempre il rapporto tra Cefalù e la sua eredità. Scelte che sono rimaste in ombra, quasi non fossero mai esistite. Il silenzio su quegli anni è impressionante. Il romanzo non pretende di riscrivere la storia, ma di dare dignità a ciò che è stato taciuto.
In definitiva, qual è il Ruggero che vuole restituire ai lettori?
Un sovrano moderno. Un uomo che pensa la Sicilia come un luogo di incontro. Il re che sceglie Cefalù e la porta nel cuore. E soprattutto: una presenza che, nonostante tutto, continua a parlare. Spero che chi chiude l’ultima pagina senta questo legame. Perché Ruggero non è un ricordo: è una radice.
L’intervista si conclude con una certezza: Ruggero II non è soltanto un protagonista della storia medievale, ma un punto di partenza per ripensare l’identità culturale di Cefalù. Il Segreto del Re, pur essendo un romanzo, sta aprendo una nuova stagione di consapevolezza: riscoprire il sovrano modernissimo che ha sognato questa città e difendere la memoria che negli anni si è affievolita.
Forse la storia, oggi, torna a parlare. E lo fa attraverso la narrativa, che a volte dice più dei manuali.















