Non ha parlato di eroi né di vittorie, Lucia Goracci, quando ha incontrato gli studenti dell’Istituto “Jacopo Del Duca – Diego Bianca Amato” di Cefalù. Ha parlato di polvere, di attese, di confini incerti, di notti passate a cercare di capire cosa stesse davvero accadendo. Di quanto sia difficile, e a volte persino illusorio, pensare di poter trovare una verità piena dentro una guerra.
Davanti ai ragazzi, la giornalista ha raccontato come il suo lavoro, nei conflitti che attraversa da oltre vent’anni, non consista nel proclamare verità assolute, ma nel ricostruire i fatti, sapendo che ogni racconto nasce da un punto di vista fragile, umano, inevitabilmente incompleto. In guerra, ha spiegato, ciò che si riesce a raccontare dipende dal grado di approssimazione che si raggiunge in quel preciso momento, in quel preciso luogo. Non esistono certezze comode, solo tentativi onesti di avvicinarsi alla realtà.
Mostrando immagini dei suoi reportage – da Kabul alla Siria, da Haiti al Medio Oriente – Goracci ha fatto comprendere agli studenti quanto la guerra sia un terreno vischioso, dove la menzogna si insinua facilmente e dove ciascuno, più o meno consapevolmente, tenta di trascinare il giornalista dalla propria parte. È in quei contesti, ha raccontato, che il rischio della propaganda diventa altissimo e che il mestiere dell’informare richiede una vigilanza continua su se stessi, sulle parole, sulle immagini.
Ai ragazzi ha spiegato che raccontare un conflitto non significa mai dividere il mondo in un bene assoluto e in un male altrettanto assoluto. La guerra, ha ricordato, è fatta di zone grigie, di responsabilità intrecciate, di persone comuni che cercano di sopravvivere. Ed è proprio stare accanto a queste persone, alle vittime, alla vita quotidiana stravolta, che permette al giornalismo di non tradire il proprio senso più profondo.
Nel suo racconto è emersa anche la dimensione più intima del lavoro sul campo: la solitudine, la paura, la stanchezza, il dubbio. Dopo tanti anni trascorsi a percorrere guerre, Goracci ha confidato di sentirsi non più sicura, ma sempre più consapevole della complessità e del buio che avvolgono i conflitti. Una consapevolezza che, lontana dalle certezze declamate, diventa la vera misura dell’onestà di chi racconta.
Gli studenti hanno ascoltato in silenzio, colpiti da un racconto che non cercava di impressionare, ma di far pensare. In quel dialogo diretto, senza filtri, la guerra ha smesso di essere una notizia lontana per diventare una domanda aperta: su cosa significhi informare, scegliere, assumersi una responsabilità.
L’incontro con Lucia Goracci ha mostrato come il giornalismo, quando è vissuto come servizio e non come giudizio, possa diventare uno strumento di educazione civile. Non per offrire risposte facili, ma per insegnare a guardare il mondo con maggiore attenzione, rispetto e consapevolezza.















