A Cefalù la presentazione del libro Nel segno della speranza. di Mons. Corrado Lorefice e Nuccio Vara

A Cefalù, presso il Cinema Di Francesca di Cefalù, si è svolta la presentazione del libro Nel segno della speranza. Un Vescovo a Palermo, città delle emergenze, dell’Arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, scritto con il giornalista Nuccio Vara. Un evento che ha assunto il tono di una vera e propria lectio pastoralis, capace di intrecciare teologia, storia ecclesiale e responsabilità civile.

A introdurre i lavori è stato Giovanni Cristina, in rappresentanza della Fondazione Amici del Cinema Di Francesca, presieduta dal prof. Giuseppe Simpolicio, presente in sala. Ha dialogato con gli Autori il prof. Giuseppe Saia, offrendo una lettura ermeneutica del testo quale documento di ecclesiologia vissuta. Alla serata ha preso parte il Vescovo di Cefalù, Giuseppe Marciante, mentre la Città è stata rappresentata dal Vice Sindaco Rosario Lapunzina.

Dieci anni “dentro la carne della città”

Il volume ripercorre il decennio episcopale iniziato nel dicembre 2015, quando Papa Francesco designò Lorefice alla guida dell’Arcidiocesi di Palermo. Una scelta che suscitò sorpresa: un parroco di provincia chiamato a governare una delle sedi più complesse del Mezzogiorno, in una stagione segnata dal riflusso dell’impegno antimafia post-1992 e da un tessuto ecclesiale attraversato da tensioni e attese di rinnovamento.

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Le pagine del libro, dense e autobiografiche, restituiscono l’immagine di un ministero esercitato non dall’alto di una cattedra, ma “dentro la carne della città”: espressione che richiama una teologia dell’incarnazione pastorale, dove l’episcopato si configura come prossimità reale alle ferite urbane. Palermo appare come locus theologicus, spazio in cui la Chiesa è chiamata a discernere i segni dei tempi e a declinare la propria missione in forma kenotica.

Una Chiesa povera, conciliare, costituzionale

Ispirato al magistero del Concilio Vaticano II e ai principi della Costituzione italiana, Lorefice delinea il profilo di una Chiesa povera e in cammino, dialogica, capace di denunciare la mafia come “struttura di peccato” e di schierarsi contro ogni forma di ingiustizia. L’eco della costituzione conciliare Gaudium et spes risuona nell’opzione preferenziale per i poveri e nella scelta di abitare le periferie esistenziali: migranti, detenuti, famiglie dei quartieri vulnerabili, giovani devastati dal crack, nuova piaga generazionale.

Il testo assume così una valenza ecclesiologica e profetica: la Chiesa non come potere parallelo, ma come coscienza critica e grembo di umanità riconciliata. La celebre affermazione riportata in quarta di copertina — «Sono figlio di un Vangelo che dice: ero straniero e mi avete accolto, sono figlio di una Costituzione che afferma l’eguaglianza di tutti i cittadini…» — sintetizza una visione in cui fede e cittadinanza non si oppongono, ma si fecondano reciprocamente.

Memoria e missione: un’eredità viva

Nel solco della tradizione palermitana, il libro intreccia memoria e missione. L’eredità di Pino Puglisi, i martiri della legalità, l’esempio luminoso di Biagio Conte orientano una pastorale che si fa cura delle coscienze e difesa della dignità umana. Non si tratta di evocazioni celebrative, ma di radici operative: la santità civile diviene criterio di governo ecclesiale.

Emerge il profilo di un arcivescovo che tenta di ricucire, con radicalità evangelica, il tessuto lacerato di una comunità urbana, restituendo alla parola “speranza” la sua densità teologale. Palermo, tra ferite e rinascite, appare non solo come scenario, ma come soggetto attivo di una storia di resistenza morale e spirituale.

Lorefice ha raccontato il suo cammino vocazionale, fino alla chiamata di Papa Francesco. MOn non vogliamo svelare nulla.
Buona Lettura.

Gli Autori

Corrado Lorefice, nato a Ispica nel 1962 e ordinato sacerdote nel 1987, è Arcivescovo Metropolita di Palermo dal 2015.
Nuccio Vara, giornalista, già per trentotto anni alla Rai, è autore di numerosi saggi e direttore del mensile dell’Arcidiocesi di Palermo.

La serata cefaludese si è così configurata come un momento di alta riflessione ecclesiale: non semplice presentazione editoriale, ma esercizio pubblico di discernimento comunitario, nel quale la teologia si è fatta narrazione concreta di un ministero vissuto “nel segno della speranza”.