Fare sport in Italia non è uguale per tutti. I numeri raccontano una crescita complessiva della pratica sportiva, ma dietro la media nazionale si nasconde una frattura territoriale profonda. Nel 2024 oltre il 66% degli italiani ha dichiarato di praticare sport o attività fisica nel tempo libero, secondo i dati di Istat. Un risultato storico, che segnala una maggiore attenzione al benessere e alla salute. Tuttavia, scendendo nel dettaglio territoriale, emergono differenze evidenti: nel Mezzogiorno e nelle Isole la quota di praticanti si ferma attorno al 28%, mentre nel Nord e nel Centro supera il 40%. Non si tratta di una semplice variazione statistica, ma di una distanza strutturale che incide sulle opportunità quotidiane di milioni di cittadini. La questione meridionale nello sport non riguarda il talento o la passione, che nel Sud non sono mai mancati, ma le condizioni concrete per trasformare l’entusiasmo in continuità, organizzazione e risultati.
Infrastrutture: il nodo strutturale che pesa sul Sud
Il divario diventa ancora più evidente osservando la dotazione di impianti sportivi. Il Rapporto Sport 2025, elaborato dall’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale insieme a Sport e Salute, censisce oltre 78.000 impianti attivi in Italia, con una media nazionale di 1,38 strutture ogni 1.000 abitanti. Ma la distribuzione non è omogenea. Le regioni meridionali presentano una dotazione inferiore alla media e, soprattutto, una percentuale più alta di impianti non funzionanti: nel Sud circa il 15% delle strutture risulta inattivo, contro una media nazionale dell’8%. Questo significa palestre chiuse, campi non agibili, piscine che non aprono per mancanza di manutenzione o risorse. A pesare è anche l’età degli impianti: oltre il 40% è stato costruito tra gli anni Settanta e Ottanta e necessita oggi di interventi di riqualificazione importanti. Nei territori dove i bilanci comunali sono più fragili, la manutenzione ordinaria diventa una sfida e quella straordinaria un obiettivo spesso irraggiungibile.
Associazionismo e continuità gestionale: una rete più debole
Lo sport non vive solo di muri e cemento, ma anche di persone, dirigenti, volontari, educatori. Nel 2024 il Registro nazionale delle attività sportive dilettantistiche conta più di 107.000 associazioni e circa 12 milioni di tesserati. Anche qui, però, la rete associativa risulta più capillare nelle regioni settentrionali. Nel Mezzogiorno le società sportive sono meno diffuse e spesso più fragili dal punto di vista organizzativo ed economico. La conseguenza è una minore possibilità per bambini e adolescenti di praticare sport in modo stabile e continuativo. Dove mancano società strutturate, la pratica si interrompe facilmente, trasformandosi in esperienza sporadica. La continuità gestionale diventa quindi un elemento decisivo: non basta inaugurare un impianto, occorre garantirne l’uso costante, la programmazione, la presenza di tecnici qualificati. Senza una rete solida, lo sport di base fatica a radicarsi e a diventare parte integrante della vita comunitaria.
Investimenti e modello economico: il mercato non basta
Negli ultimi anni gli investimenti in infrastrutture sportive hanno registrato una ripresa, arrivando nel 2024 a circa 500 milioni di euro. Tuttavia, la distribuzione degli interventi mostra un chiaro squilibrio: quasi la metà dei progetti attivati nel biennio 2023-2024 riguarda Comuni del Nord. I Comuni del Mezzogiorno, pur avendo una dotazione più bassa e una maggiore incidenza di strutture inattive, hanno avviato un numero inferiore di interventi. A questo si aggiunge la fragilità del modello economico dello sport di base. Nel 2023 gli investimenti dei club sportivi sono diminuiti di oltre il 30% e quelli legati alla gestione degli impianti di quasi il 16%, mentre crescono soprattutto le palestre private. Il mercato tende a rafforzare le aree già dinamiche, lasciando scoperti i territori dove la domanda è più debole e il potere di spesa inferiore. In queste realtà, senza un ruolo attivo del pubblico e dell’associazionismo, il rischio è che lo sport diventi un servizio accessibile solo a chi può permetterselo.
Una rivoluzione culturale per la Repubblica del Movimento
Superare l’Italia a due velocità nello sport richiede un piano straordinario per il Mezzogiorno, che unisca infrastrutture materiali e “infrastrutture immateriali”. Occorre riqualificare impianti, ma anche investire sul capitale umano, sulla formazione dei dirigenti, sull’educazione al movimento nelle scuole, sulla diffusione di una cultura della pratica sportiva come diritto e come dovere verso sé stessi. Senza vittimismo, ma con realismo, bisogna riconoscere che il divario non si colma in pochi anni. Serve una strategia di lungo periodo, capace di trattare lo sport come servizio pubblico essenziale e non come evento occasionale. La vera sfida è trasformare il Sud da area marginale a protagonista di una nuova stagione sportiva nazionale. Solo così l’Italia potrà diventare davvero una Repubblica del Movimento, dove nascere a Nord o a Sud non determini le opportunità di correre, giocare, allenarsi e crescere attraverso lo sport.















