L’annuncio, chiaro, durante la Messa crismale. La Diocesi di Cefalù ha tre nuovi vicari pastorali. Il vescovo Giuseppe Marciante li ha scelti dopo aver ascoltato i parroci, dentro il solco tracciato dal XII Sinodo. Nomi che qui non sono nuovi: don Domenico Sausa per le Alte Madonie, monsignor Francesco Casamento per il settore Tirreno, il canonico Salvatore Panzarella per la Valle del Torto. Tre territori diversi, tre storie diverse, un compito che pesa: tenere insieme comunità che spesso camminano ognuna per conto proprio.
Tre territori, tre sfide diverse
Le Alte Madonie non sono il Tirreno. La Valle del Torto non è Polizzi né Campofelice. Cambiano le strade, le distanze, le presenze. Ci sono paesi che si svuotano, altri che resistono. Parrocchie con pochi fedeli e altre che tengono ancora. In questo mosaico si inseriscono i tre vicari pastorali, chiamati a fare da ponte tra il vescovo e i territori. Non è solo una nomina formale. Significa convocare i sacerdoti, ascoltare, mettere ordine dove serve. Significa anche entrare nelle pieghe delle comunità, dove spesso le parole non bastano e contano i gesti, le presenze, le relazioni.
Il ruolo del vicario pastorale
Le Costituzioni del Sinodo parlano chiaro. Il vicario non comanda, coordina. Non decide da solo, ma tiene insieme. Deve far circolare le linee pastorali, farle diventare carne nelle parrocchie. Convoca i presbiteri, ascolta i bisogni, prova a costruire una pastorale d’insieme. Non è un lavoro da ufficio. È fatto di incontri, di telefonate, di viaggi tra paesi, spesso su strade strette, con il tempo contato. E poi c’è il Consiglio Episcopale, dove i vicari siedono insieme al Vicario Generale. Lì si decide la direzione, lì si capisce dove andare.
Don Domenico Sausa, ritorno alle Madonie
Polizzi Generosa, 1957. Don Domenico Sausa è uno che le Madonie non le guarda da lontano. Ci è cresciuto dentro e ci lavora tutti i giorni. Ordinato nel 1984, entra nelle parrocchie dove il prete non è solo guida spirituale ma riferimento quotidiano: Montemaggiore Belsito, Calcarelli-Nociazzi, Castellana Sicula. Luoghi dove la chiesa è aperta anche quando fuori c’è vento e silenzio, e la gente entra più per parlare che per pregare.
A Campofelice di Roccella, dove è stato parroco dal 2012 al 2021, ha attraversato anni di cambiamento: nuove famiglie, turismo, periferie che crescono. Ha costruito legami, tenuto insieme gruppi, accompagnato momenti difficili senza alzare la voce. È stato anche Delegato vescovile per la pastorale familiare, seguendo da vicino storie concrete, matrimoni che reggono e altri che si spezzano.
Dal 2021 è tornato a Polizzi Generosa. Qui il ritmo è diverso: meno gente, più distanza, più silenzi. Ma anche qui Sausa è rimasto uno che cammina, che passa, che si fa vedere. Adesso, con il ruolo di vicario per le Alte Madonie, il suo raggio si allarga. Dovrà tenere insieme comunità sparse, spesso fragili, dove il rischio è chiudersi. Non è un incarico leggero. Ma è uno che conosce già le strade, e soprattutto la gente.
Don Francesco Casamento, il fronte Tirreno
Don Francesco Casamento arriva al ruolo di vicario con un percorso che tiene insieme studio e vita concreta. Seminario Romano Maggiore, poi l’Accademia Alfonsiana, dove si forma nella teologia morale con una tesi sulla dignità della persona. Ma non è rimasto nei libri. È tornato nelle parrocchie, tra la gente, insegnando Etica e Morale e guidando comunità che negli anni hanno visto cambiare tutto: lavoro, famiglie, equilibri.
A Campofelice di Roccella oggi è parroco in un territorio che non sta fermo. Estate piena, inverno più lento, nuovi residenti e vecchi problemi che restano. Qui la pastorale non può essere rigida. Deve adattarsi, capire, tenere insieme chi arriva e chi resta. Come presidente dell’Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero ha anche uno sguardo concreto sulle difficoltà dei sacerdoti, sulle risorse che mancano, sulle esigenze quotidiane.
Nel settore Tirreno servirà proprio questo: una guida capace di leggere i cambiamenti senza perdere il centro. Non solo organizzare, ma interpretare quello che succede attorno alle parrocchie.
Don Salvatore Panzarella, tra studio e territorio
Montemaggiore Belsito, 1970. Don Salvatore Panzarella è uno che passa con naturalezza dallo studio alla vita di parrocchia. Formazione solida: Pontificio Istituto Biblico, dottorato in Sacra Teologia alla Facoltà Teologica di Sicilia. Docente di Sacra Scrittura, autore di diversi libri che entrano nei testi e li scavano: dai profeti all’Apocalisse, fino alle figure più controverse come Giuda.
Ma la sua non è una teologia chiusa nelle aule. Ha fatto il vice parroco a Petralia Sottana, poi parroco a Sant’Ambrogio, oggi a Montemaggiore. Ha conosciuto comunità diverse, problemi concreti, tensioni, ripartenze. In chiesa e fuori. La gente lo riconosce per questo doppio registro: parole che hanno radice nello studio ma che arrivano alla vita.
La Valle del Torto non è un territorio semplice. Serve profondità, ma anche capacità di stare nelle cose quotidiane: incontri, conflitti, tentativi di tenere insieme. Panzarella dovrà muoversi proprio lì, tra riflessione e concretezza, senza rifugiarsi solo nei libri.
Una diocesi che prova a rimettersi in cammino
Queste nomine non arrivano per caso. Sono dentro un percorso più ampio, quello del Sinodo. Un tentativo di rimettere insieme pezzi che negli anni si sono allentati. Parrocchie isolate, iniziative che non si parlano, fatiche condivise ma non sempre riconosciute. I vicari pastorali dovranno lavorare proprio lì, in quel punto fragile. Tenere insieme senza forzare. Proporre senza imporre. E soprattutto esserci. Perché, alla fine, nelle comunità si capisce subito chi c’è davvero e chi no.
Tre nomi, tre storie, un unico compito: dare forma a una pastorale che non resti sulla carta. Le Alte Madonie, il Tirreno, la Valle del Torto non aspettano parole. Aspettano presenza, ascolto, direzione. E questo, adesso, passa anche da loro.














