Cefalù, dalla Divina Commedia al plastico: studenti dentro il viaggio di Dante

C’è un Inferno che non si legge soltanto. Si attraversa. A Cefalù, dentro le aule dell’IISS Jacopo del Duca – Diego Bianca Amato, gli studenti della 3DT hanno trasformato la prima cantica della Divina Commedia in qualcosa che si può guardare, quasi toccare. Un plastico. Un cono scavato nella carta e nella luce. Un lavoro nato per il Dantedì, il 25 marzo 2026, ma che resta lì, acceso, come una ferita che continua a raccontare.

Il progetto porta la firma della professoressa Angela Iraci. A collaborare con lei la professoressa Cinzia La Rosa. Non è stato un compito. È stato un percorso. Prima le letture, i canti scelti, le voci di Dante Alighieri che tornano a girare tra i banchi. Poi il lavoro sporco: cartone tagliato, colla, fili, mani che cercano di dare forma ai gironi.

Il plastico nasce da materiali semplici. Cartone per la struttura. Una tavola di legno come base. Stecche sottili per sostenere il cono. Ma è la luce che cambia tutto. Luci a stringa infilate dentro, rosse e tremolanti, che danno l’idea del fuoco. Un velo leggero, quasi trasparente, che simula le fiamme. Colori a tempera, scuri, pesanti. E poi le figure: dannati, personaggi, volti presi dai libri e riportati lì, dentro quel piccolo mondo chiuso.

Il Segreto del Re - Mario Macaluso

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Non è perfetto. E proprio per questo funziona. Si vedono i tagli, le giunture, qualche colla che sborda. Ma dentro c’è un’idea chiara: rendere visibile un viaggio. Gli studenti hanno lavorato insieme, pezzo dopo pezzo. Qualcuno disegnava, qualcuno montava, altri pensavano a dove mettere le luci. Un lavoro a più mani, senza una linea perfetta, ma con una direzione.

Quello che resta è l’effetto. Le luci accese fanno cambiare tutto. Il plastico prende vita. Si entra con gli occhi. Si scende. Si riconoscono i gironi, le pene, i richiami ai canti studiati. Dante non è più solo testo. È spazio. È discesa.

Il risultato non è solo didattico. È un modo diverso di stare dentro un’opera che spesso resta lontana. Qui invece diventa concreta. Si costruisce. Si sbaglia. Si aggiusta. E alla fine resta. Esposta dentro la scuola, con le luci che continuano a lampeggiare, come se l’Inferno non fosse finito.