Muore in classe mentre interroga: Palermo perde una professoressa amata da tutti

Il suono della campanella, le voci basse, i quaderni aperti sui banchi. Una mattina normale al Liceo Classico Vittorio Emanuele II, nel cuore di Palermo, proprio di fronte alla Cattedrale. Poi, in pochi secondi, tutto cambia. La professoressa Giovanna Somma, 59 anni, insegnava italiano e latino. Stava interrogando. Una domanda, una risposta, gli occhi degli studenti puntati su di lei. Si è fermata. Un attimo. Poi si è accasciata. In aula è sceso un silenzio che non è quello delle interrogazioni, ma quello che fa paura. Qualcuno si alza, qualcuno chiama aiuto. Mani che tremano, voci spezzate.

Il malore improvviso davanti agli studenti

I primi a capire che qualcosa non andava sono stati proprio i ragazzi. Hanno visto la professoressa piegarsi, perdere forza, scivolare accanto alla cattedra. Qualcuno ha gridato. Subito dopo sono arrivati i colleghi, il personale scolastico. È partita la macchina dei soccorsi. Massaggio cardiaco, defibrillatore. Tutto quello che si poteva fare, è stato fatto lì, sul pavimento dell’aula, tra sedie spostate in fretta e zaini buttati a terra. Poi le sirene. Il 118 arriva in pochi minuti, ma il tempo sembra già scappato via. I sanitari tentano ancora. Ma non basta. La notizia corre nei corridoi, scende per le scale, esce fuori dalla scuola. Arrivano anche i carabinieri. Si chiude una porta, si abbassano le voci.

Una presenza che andava oltre la cattedra

Per oltre vent’anni Giovanna Somma è stata un punto fermo dentro quella scuola. Non solo una docente. Una presenza. Di quelle che riconosci dal passo nel corridoio, dal modo di chiamare per nome gli studenti. Italiano e latino, sì. Ma anche attenzione, ascolto, sguardi. Gli ex alunni la raccontano così: severa quando serviva, ma capace di spiegare Dante come se fosse una storia viva, non un capitolo da studiare. Una professoressa che non si limitava alla lezione. Restava dopo, parlava, consigliava. Non tutti i professori lo fanno. Lei sì.

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La sua vita non finiva al suono della campanella. Era impegnata nella Comunità di Sant’Egidio, portava gli studenti fuori dalla scuola, dentro esperienze vere. Incontri, attività solidali, attenzione a chi resta ai margini. Un modo diverso di insegnare. Più largo. Più concreto. Il suo nome compare anche tra i firmatari di un appello per la pace rivolto alla città. Parole nette: la pace non nasce dalle armi. Non erano slogan. Erano scelte. E chi l’ha conosciuta dice che le portava dentro ogni giorno, anche in classe.

Il ricordo della scuola e della città

La dirigente scolastica, Mariangela Ajello, parla con la voce segnata. La definisce una docente eccellente, preparata, sempre disponibile. Racconta di qualche problema di salute già noto, ma niente che facesse pensare a una fine così improvvisa. In queste ore la scuola è un luogo diverso. I corridoi pieni, ma senza rumore. Gli studenti si fermano a gruppi, qualcuno piange, qualcuno resta zitto. Servirà tempo. Forse anche aiuto. Perché una cosa così non si cancella in fretta. La cattedra resta lì, vuota. I gessetti, i registri, le sedie. Oggetti normali che diventano improvvisamente pesanti.

La morte di Giovanna Somma non è solo una notizia di cronaca. È una ferita aperta dentro una comunità. Una scuola intera che si ferma, una città che si riconosce in quella perdita. L’assessore regionale all’Istruzione, Mimmo Turano, ha espresso il cordoglio istituzionale. Ma le parole ufficiali non bastano a riempire quello spazio. Resta il ricordo di una donna che insegnava lettere e, insieme, qualcosa di più difficile da spiegare. Resta quella scena, impressa negli occhi di chi c’era. Una lezione interrotta. E una presenza che, da oggi, si sentirà ancora di più proprio perché non c’è più.