Sicilia, in 10 anni persi 56mila laureati: i numeri del rapporto Svimez 2026

La Sicilia continua a perdere i suoi cervelli migliori. Negli ultimi dieci anni l’isola ha visto andare via 56mila laureati, giovani formati nelle università siciliane che hanno scelto di costruire il proprio futuro lontano da casa. Il dato arriva dal rapporto Svimez 2026, lo studio annuale che fotografa lo stato dell’economia e della società nel Mezzogiorno.

Si tratta di numeri che pesano. Non parliamo solo di una statistica fredda, ma di una vera e propria emorragia di talenti che svuota la Sicilia anno dopo anno. E il fenomeno non accenna a fermarsi: ogni anno che passa, la situazione peggiora.

Una comunità all’estero sempre più grande

Insieme alla fuga dei laureati cresce anche il numero dei siciliani che vivono fuori dai confini nazionali. Oggi la comunità all’estero conta 844mila residenti ed è diventata la più numerosa d’Italia. Un primato che racconta meglio di tante parole quanto sia profondo il legame, ormai spezzato, tra l’isola e i suoi figli.

Il rapporto Svimez è curato dall’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno e analizza ogni anno i divari tra Nord e Sud del Paese, con un’attenzione particolare alle dinamiche che riguardano le regioni meridionali. La Sicilia, in questa fotografia, occupa una posizione tra le più critiche.

Manenti (Confcommercio): “Una denuncia pesante”

A commentare i dati è stato Gianluca Manenti, presidente regionale di Confcommercio Sicilia, che non ha usato giri di parole. “I nuovi dati non sono un semplice aggiornamento statistico: sono una denuncia, e una denuncia pesante”, ha dichiarato. “Da vent’anni assistiamo a un’emorragia continua di capitale umano qualificato, e ogni anno che passa la situazione peggiora. Il Mezzogiorno, e la Sicilia in particolare, stanno perdendo il loro futuro pezzo dopo pezzo”.

Secondo Manenti, il problema più grave riguarda proprio la qualità di chi parte. Oggi a fare le valigie non sono più i disoccupati senza qualifica, ma i giovani più preparati. “Parte l’élite formativa che il territorio ha cresciuto con risorse pubbliche”, ha spiegato. “È come se la Sicilia finanziasse la formazione e altre regioni incassassero il rendimento”.

Cresce la quota di laureati tra chi emigra

I numeri confermano questa tendenza. La quota di laureati tra i migranti meridionali è passata dal 20% del 2002 al 60% del 2024. In poco più di vent’anni, quindi, la percentuale è triplicata. Significa che oggi sei migranti su dieci che lasciano il Sud hanno un titolo di studio universitario.

È un cambiamento profondo. Un tempo si partiva per cercare un lavoro qualunque, oggi si parte perché un giovane con una laurea in tasca non trova, sul territorio, opportunità all’altezza della sua preparazione. Il risultato è che la Sicilia investe risorse pubbliche nella formazione dei suoi ragazzi e poi li vede contribuire alla crescita di altre regioni o di altri Paesi.

Un futuro da costruire

La fuga dei laureati non è solo un problema di numeri. Significa meno innovazione, meno imprese, meno servizi e meno futuro per chi resta. Quando un territorio perde i suoi giovani più preparati, perde anche la capacità di rinnovarsi e di crescere.

Per Confcommercio, questi dati devono diventare un campanello d’allarme per tutti: politica, istituzioni e sistema produttivo. “La Sicilia non può continuare a essere una terra che forma e poi regala i suoi migliori figli ad altri territori”, ha concluso Manenti.

La sfida, adesso, è invertire la rotta: creare lavoro di qualità, offrire opportunità e dare ai giovani siciliani un motivo concreto per restare. Perché ogni laureato che parte è un pezzo di futuro che l’isola lascia andare via.