Era il 2 maggio 1909. Il padre della Targa Florio era al comando della “sua” corsa, in vantaggio sul barone Francesco Ciuppa. A un certo punto cedette a un “impellente bisogno personale” e si fermò. Quei pochi secondi gli costarono la vittoria. Lo confessò lui stesso, anni dopo, in un memoriale. Una pagina deliziosa e dimenticata della storia della “Cursa”.
Ci sono confessioni che valgono più di mille pagine di storia ufficiale. Quella che fece Vincenzo Florio sulla IV edizione della Targa Florio, corsa il 2 maggio 1909, è una di queste. Una storia talmente umana, talmente bella, talmente “siciliana” da sembrare uscita da un romanzo di Andrea Camilleri. Eppure è tutto vero, scritto nero su bianco dallo stesso fondatore della corsa più antica del mondo in un suo memoriale.
Una Targa Florio nata sotto una cattiva stella
Per capire l’episodio bisogna ricordare il contesto. Il 1909 era un anno difficile per la Sicilia e per la Targa Florio. Pochi mesi prima, il 28 dicembre 1908, il terremoto di Messina aveva devastato l’isola. Più di 80.000 morti, una ferita aperta nel cuore della Sicilia.
A questo si aggiungeva una crisi dell’automobilismo mondiale, con molte case costruttrici in difficoltà economiche. Vincenzo Florio doveva prendere una decisione: cancellare la corsa o adattarla.
Scelse di non interrompere la tradizione. Ma la quarta edizione fu ridotta drasticamente: dai tre giri del Grande Circuito delle Madonie si passò a un solo giro di 148,823 chilometri. Niente più sfarzo, niente più festeggiamenti mondani, niente più piloti stranieri. Una gara “in tono minore”, aperta principalmente agli sportivi siciliani.
Al via si presentarono 11 partenti. Tra loro c’era anche un nome che brillava più di tutti: quello del fondatore della corsa, Vincenzo Florio in persona, al volante di una Fiat con il numero 1. Non era solo l’organizzatore: era anche uno dei piloti più abili in circolazione, già vincitore di importanti corse al Nord Italia e in Europa.
Il duello con il barone Ciuppa
L’avversario principale era un palermitano: il barone Francesco Ciuppa, classe 1875, uno dei primi cinque siciliani della storia a possedere un’automobile. Ciuppa correva con una SPA 28/40 HP rossa, vettura sportivissima.
I due erano amici, ma quel 2 maggio si dettero battaglia senza esclusione di colpi. La gara fu serratissima fin dalla partenza. Florio sapeva di essere a un passo dall’impresa che inseguiva da anni: vincere la “sua” Targa, la corsa che lui stesso aveva inventato e organizzato.
A un certo punto del giro, sembrava fatta. Vincenzo Florio era in testa, con un buon vantaggio sul barone Ciuppa. La gloria era a portata di mano.
La “tentazione” e la fatalità
E qui arriva la pagina più umana della storia della Targa Florio. Lasciamo parlare lo stesso Vincenzo Florio, dal suo memoriale:
“Ritenendo di aver un vantaggio sufficiente su Ciuppa, ad un certo momento non seppi resistere alla tentazione di dare sfogo ad un impellente bisogno personale; mi fermai un attimo, ma quell’attimo mi fu fatale per la vittoria.”
Avete letto bene. Il padre della Targa Florio si fermò per fare la pipì. Era certo di avere abbastanza vantaggio. Un attimo, niente di più. Quanto poteva durare?
Quel “quell’attimo” gli costò tutto. Nel breve tempo della sosta, il barone Ciuppa lo superò. Florio risalì in macchina, ripartì come una furia, ma non riuscì più a recuperare lo svantaggio.
Un solo minuto di ritardo
I numeri di quella gara sono impressionanti per capire la beffa. Quando Francesco Ciuppa tagliò il traguardo, dopo 2 ore 43 minuti e 19 secondi di gara, Vincenzo Florio arrivò secondo. Quanto era il suo distacco?
Esattamente 1 minuto.
Sì, un minuto netto. Sessanta secondi che separarono il fondatore dalla vittoria nella sua corsa. Sessanta secondi che, secondo la sua stessa confessione, erano stati persi per una breve sosta fisiologica lungo il percorso.
Al terzo posto arrivò un altro siciliano, Guido Airoldi su Lancia Beta 15/20HP, staccato di oltre dieci minuti. La Targa Florio del 1909 fu quindi una corsa “tutta siciliana”: primo, secondo e terzo posto in mani palermitane.
Una sconfitta che è anche un trionfo
Visto con gli occhi di oggi, quel secondo posto del 1909 è forse la più bella sconfitta nella storia di Vincenzo Florio. Per tre motivi.
Primo: dimostrò che il fondatore della corsa non era solo un grande organizzatore, ma anche un autentico pilota di livello. Florio non aveva fatto da spettatore: era sceso in pista e aveva sfiorato la vittoria.
Secondo: fece di Francesco Ciuppa il primo (e per molti anni l’unico) siciliano vincitore della Targa Florio. Un risultato che il pubblico delle Madonie attendeva con ansia.
Terzo, e forse il più importante: ci ha lasciato una confessione umanissima che restituisce la dimensione vera di quei pionieri delle quattro ruote. Non semidei imbattibili, ma uomini in carne e ossa che, dopo ore al volante di vetture senza tettuccio e senza comodità, dovevano fare i conti anche con i bisogni fisiologici.
Florio non smise mai di correre
Va detto: la “sconfitta del bagno” non fermò Vincenzo Florio. Nelle edizioni successive continuò a partecipare come pilota, fino al 1914. Ma la vittoria alla “sua” Targa rimase il sogno irrealizzato di tutta una vita.
Quando dal 14 al 16 maggio 2026 si correrà la 110ª edizione della Targa Florio sulle strade delle Madonie, le moderne auto sportive saranno equipaggiate con tutto: telemetria, comunicazioni radio, sistemi di idratazione. Ai piloti non capiterà mai di doversi fermare per “un impellente bisogno personale”.
Ma se mai dovesse accadere, sappiano che hanno un precedente illustre. Un palermitano di nome Vincenzo Florio. Che 117 anni fa perse la “sua” corsa per un attimo di umanità. E volle raccontarlo lui stesso, con tutta l’autoironia che solo i grandi uomini sanno avere.















