Omelia del Vescovo nella Notte di Natale


Il vangelo di Luca attraverso la ripetizione del verbo “egheneto” ci introduce a due eventi a prima vista distanti tra loro ma di fatto congiunti: Il censimento di tutta la terra voluto da Cesare Augusto e la nascita di un bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. Luca così facendo capovolge la lettura della Storia. La storia va interpretata non a partire dai potenti, ma dai piccoli. Un fatto marginale, sconosciuto alle cronache, diventa un evento che capovolge le sorti dell’uomo e del mondo.
Si capovolge tutto: “Betlemme di Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda” e non Gerusalemme o Roma diventa la capitale del mondo perché lì Dio, “il Fattore degli uomini si fa uomo per restaurare la sua fattura”; così recita la scritta sopra il nostro Pantocratore, così abbiamo cantato nell’inno di questa splendida liturgia della veglia.
Non il palazzo di Erode, ma una stalla accoglie il Cristo Signore. Non siede su un trono regale, ma viene adagiato nella greppia degli animali.
Non Cesare Augusto, ma un piccolo bambino, fragile e debole è il Salvatore.
La nostra fede, la fede cristiana, ha al centro un tale evento, così piccolo, periferico, marginale, ordinario.
Possiamo affermare che l’umiltà è il marchio d’origine, del cristianesimo.
“Osserva, uomo, che cosa è diventato per te Dio: sappi accogliere l’insegnamento di tanta umiltà, anche in un maestro che ancora non parla. (Agostino d’Ippona).
“Mentre i potenti decretano “censimenti”, Dio offre se stesso per riaprirci le vie che ci fanno umani ricordandoci la comune appartenenza in Lui! (Gv 1,12-13)
Un racconto che è diventato presepe, attualizzazione della natività collocata nei nostri paesaggi e costumi, con pastori laboriosi e stupiti comunque dalla stella che annuncia il Salvatore, spesso presepi “viventi”. Quest’anno il presepe viene costruito, sulle vie contorte della storia odierna, con una concretezza che all’inizio ci sconvolge e poi ci chiede accoglienza, ricordandoci che questo ci sintonizza con la volontà di Dio. L’accoglienza dei poveri, delle persone sole e dei migranti sarà il nostro presepe vivente 2018! Sarà un atto di fede in Dio e un presepe di carità”. Sono le parole del Messaggio scritto da noi vescovi di Sicilia per il natale 2018.
Yousuf (Giuseppe) e Faith (Fede) incinta sono stati abbandonati, con la loro creatura di cinque mesi, sulla strada. Sono parte di un nuovo popolo di “scartati” come quelli del Cara di Mineo, che sta andando a cercare riparo ai bordi delle vie e delle piazze, delle città, ingrossando le file dei senza niente.
Sono i senza più niente. Avevano trovato rifugio in un “luogo” che si chiamava Sprar di Isola Capo Rizzuto; un Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati su cui contare per essere inclusi legalmente nella società italiana. Adesso, grazie al decreto sicurezza del governo Italiano, quel luogo non li riguarda più. A loro non resta che la strada.
Un’altra storia di Natale dalle pagine di Avvenire:
Dopo i primi piccoli trasbordati di fretta sulla lancia veloce dell’Ong spagnola, dal gommone gli uomini, quasi tutti africani subsahariani, fanno largo a una donna. Si sporge stringendo forte una coperta arrotolata. «Il modo con cui teneva quegli stracci ci ha insospettito», raccontano da Proactiva Open Arms. Dentro, fradicio e sporco, c’era Sem, nato meno di quarantott’ore prima su una spiaggia libica. Salì, la madre, lo aveva dato alla luce più in fretta che potesse. Non voleva rischiare di venire riportata indietro nella prigione dei trafficanti.
Sem tremava dal freddo. Completamente nudo. Il cordone ombelicale tagliato chissà come. Sporco di sangue rappreso e di vernice caseosa ancora appiccicata sulla testa e la schiena, non avrebbe potuto reggere ancora un giorno alla deriva. «Non potevo credere che fosse così piccolo», confessa Javi, ricordando il momento in cui ha afferrato la coperta con qualcosa dentro che si muoveva.
Quella in corso davanti alla controversa area di ricerca e soccorso libica era la “missione di Natale” di Open Arms, ma nessuno si sarebbe aspettato di fotografare a bordo il presepe vivente dei naufraghi.
Unica buona notizia, il via libera di Malta al soccorso aereo per Sem e la sua mamma. In piena notte, dopo un braccio di ferro durato diverse ore, un elicottero maltese ha issato a bordo la donna e il bambino, per condurli in eliambulanza all’ospedale Mater Dei della Valletta. I due medici di Open Arms, i nuovi angeli del mediterraneo, avevano lanciato immediatamente l’allarme, soprattutto perché il piccolo Sem aveva una temperatura corporea inferiore ai 34 gradi e meritava un ricovero immediato in una struttura pediatrica per stabilizzarlo e verificare le sue condizioni di salute, come ogni bambino meriterebbe.
A Open Arms, però, dopo l’intervento Malta ha intimato di allontanarsi dalle proprie acque e di cercare altrove un porto di sbarco. Soltanto a distanza di più di 24 ore dall’allarme lanciato dalla Ong spagnola: dopo che Malta aveva negato l’approvvigionamento per i superstiti e a seguito del botta e risposta tra gli operatori umanitari spagnoli e il Governo Italiano, è stata Madrid a concedere il porto di approdo di Algeciras, in Spagna.
Concludo con l’appello del messaggio dei Vescovi di Sicilia.
“Facciamo appello alle famiglie e alle parrocchie perché, raccordandosi con la Caritas e l’ufficio Migrantes, si attivino percorsi di accoglienza generosi e intelligenti. Chiediamo ai presbiteri di illuminare la coscienza dei fedeli sull’integrità della vita cristiana, che si perde se al rito non segue la vita e se ci si conforma alla mentalità di questo mondo e si cade nei lacci del diavolo “divisore e menzognero”, il quale odia la bellezza del cuore che ama. Come ascolteremo nella veglia della notte, nell’Incarnazione del Verbo di Dio «è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo» (Tt 2,11-13)”.
✠ Giuseppe Marciante