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Santa Messa e preghiera per i fedeli defunti: Omelia del Vescovo

  • Carissimi, figli, fratelli e sorelle,
  • oggi ho voluto celebrare l’Eucaristia non da solo, ma con una moltitudine, quella dei nostri fratelli che amo chiamare defunti e non morti, perché la parola defunto significa “che ha compiuto il tempo in questa vita”, ed è entrato nel sonno del riposo di Dio e attende di essere svegliato da Cristo.
  • Celebro la liturgia da questo luogo santo che in queste settimane ha chiuso i cancelli per le visite dei parenti onde evitare ogni contagio del virus e l’espandersi della pandemia.
  • Vorrei essere il cuore di tutti coloro che desidererebbero essere qui a esprimere i sentimenti di affetto e di pietà per i loro cari, elevare preghiere e suppliche per tutti coloro che sono caduti nel laccio della morte a causa della pandemia.
  • Comincio la mia riflessione riportando questa drammatica testimonianza del Vescovo di Bergamo, S.E.R. Mons. Francesco Beschi:
  • Mi ha telefonato un sacerdote che ha perso il suo papà, lui è in quarantena, la mamma è in quarantena da sola in un’altra casa. I suoi fratelli sono in quarantena, non si fa alcun funerale, verrà portato al cimitero e verrà sepolto, senza che nessuno possa partecipare a questo momento della pietà umana e cristiana che si rivela adesso così importante perché viene a mancare. Inoltre, quando il malato viene portato via da casa con l’ambulanza e ricoverato tra gli infettivi o in terapia intensiva i familiari non lo vedono più, non lo sentono più, non possono parlargli neanche telefonicamente. Il dolore è immenso. Dal cuore del dolore, con il dolore nel cuore, vogliamo dare voce e rendere una voce sola il pianto di tante famiglie che affidano alle mani di Dio i loro cari a cui non hanno potuto celebrare il funerale ma sanno che in lui non sono dimenticati. Vogliamo invocare il suffragio per le anime dei defunti, perché il Signore li accolga nell’abbraccio della sua misericordia. Vogliamo condividere e fare nostro lo struggimento di chi non ha potuto vivere la forza della pietà umana dell’ultimo saluto, chiedendo che la preghiera si faccia partecipazione densa di affetto, di vicinanza, di cordoglio. Vogliamo celebrare la morte e risurrezione di Gesù Cristo, che ha tolto alla morte il diritto di avere l’ultima parola, donandoci l’alba di una vita nuova al di là di ogni notte, anche quella più buia e più fredda [1].
  • L’Apostolo Paolo scrivendo ai Romani ci ha trasmesso questa certezza: «E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi» (Rm 8,11).
  • Noi Cristiani entriamo nella morte con questa certezza. Noi visitiamo i cimiteri con questa speranza. Noi accompagniamo i nostri cari defunti con la fede nella risurrezione dei morti. Ma la risurrezione dei morti non è solo attesa alla fine dei tempi, quest’attesa trasforma già il nostro presente perché ci fa vivere con la consapevolezza che non abbiamo qui una stabile dimora, ma siamo pellegrini e forestieri in questo mondo, in cammino verso la Gerusalemme del cielo. Siamo convinti, come ha detto venerdì scorso nella veglia di preghiera il Santo Padre Francesco: “con Dio la vita non muore mai”!
  • In questa Domenica i sentimenti familiari e amicali più umani emergono dalla pagina straordinaria dell’evangelista Giovanni.
  • Due sorelle, fanno giungere un messaggio a Gesù loro amico. Un messaggio apparentemente scarno, spartano. Contiene solo un’informazione. Ma, sottesa nel silenzio si può leggera una richiesta di aiuto: «”Signore, ecco, colui che Tu ami è malato”» (Gv 11,3). Sono Marta e Maria: sappiamo che parlano di Lazzaro.
  • Riflettiamo insieme, a partire da questo messaggio iniziale, privo di ogni supplica, di ogni invocazione; senza espressioni di sconforto, di angoscia. Se lo riascoltiamo: «”Signore, ecco colui che Tu ami è malato”» (Gv 11,3), ci rendiamo conto che è rivestito da una sola certezza che, nella malattia di Lazzaro, ci narra la straordinaria fede delle due sorelle. È la certezza che dà respiro alla loro fede e che trova il suo fondamento in quel: “Colui che tu ami”. Sanno solo che Gesù lo ama. Questo basta. Dà forza. Dà luce.
  • In Lazzaro vediamo tutti gli ammalati, specialmente quelli colpiti dal COVID-19 che stanno nelle terapie intensive, quelli che sono in quarantena, quelli che sono asintomatici, quelli il cui respiro sta per varcare l’eternità. Tutti. Consideriamoli prima di tutto amati dal Signore. Sostituiamo al singolare il plurale e l’invocazione delle due sorelle diventa nostra: “Signore, coloro che tu ami, sono malati”. Facciamo il nostro atto di fede, a partire dalla preghiera che è anch’essa un atto di fede. Preghiera che balbettiamo così a Gesù:
  • Signore, sappiamo che hai davanti al tuo sguardo,
  • agli occhi del tuo cuore, migliaia e migliaia di poveri “Lazzaro”.
  • Stanno in ogni parte del mondo.
  • Sono bambini, giovani, mamme, papà,
  • nonni, medici, preti, politici, insegnanti, operai.
  • Per ognuno di loro donaci la certezza di sentirli amati da Te.
  • C’è per noi un’altra grande verità che l’autore del Vangelo mette subito in evidenza: «Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro» (Gv 11,5). L’amore di Gesù non raggiunge soltanto chi è malato, ma anche chi sta soffrendo accanto a loro, chi li cura; anche quanti, in queste ore, devono amarli “a distanza”. Ecco allora rivelarsi le identità delle tante “Marte” e “Marie” al tempo del Coronavirus. Anche loro sono migliaia e migliaia.
  • In “Maria” vediamo i tanti familiari obbligati a restare a casa. Seduti. Non possono correre dai loro ammalati, anche se l’amore non va mai in quarantena. Seduti, col cuore spezzato. Non possono vegliare col loro amore su chi soffre. Per loro ci sono le tante “Marte”. Un vero esercito munito delle armi del servizio, del senso di responsabilità, del sorriso, del rinnegare se stessi senza misure. Nel mezzo di questa tempesta sono coloro che sono più vicini non solo ai poveri “Lazzaro”.
  • Siamo certi, o Signore, che Tu ami chi soffre, proprio come hai amato Marta e Maria. Sta accanto col Tuo amore a ogni familiare obbligato a rimanere a casa “seduto”, come pure ai nostri medici, infermieri, volontari, ricercatori. Questi ultimi, stanno ad aspettarti, ti verranno incontro come ha fatto Marta. Fai sosta nei tanti villaggi, nelle tante “Betanie” raggiunte dal Coronavirus.
  • Sono i nostri ospedali in muratura e da campo, le città deserte, le case di cura dei nostri anziani, i centri di accoglienza dei nostri disabili. Sappiamo che ogni “Betania” in questi giorni è la Tua casa. Ascolta il pianto, raccogli le lacrime di ciascuno, anche di quanti sono lì per consolare. Posa il tuo sguardo su ogni “Lazzaro”. Incontralo. Per ogni “Lazzaro” noi ti vediamo scoppiare a piangere.
  • Fa’, o Signore, che ciascuno di noi, come hanno fatto i Giudei, in questo incontro con ogni vittima del Coronavirus, riesca a dire: «”Guarda, come lo amava!”» (Gv 11,36). Ancor prima però ti chiediamo di rivolgere anche a noi quella domanda che hai posto a Marta: «”Io sono la Resurrezione e la vita; chi crede in Me anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in Me, non morirà in eterno. Credi questo?”». Forse ancora non possediamo la stessa fede di Marta. Dacci del tempo. Perché ancora dobbiamo sentire per noi e solo per noi, quello che Tu hai detto ai Tuoi discepoli quando hai saputo della malattia di Lazzaro: «”Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato”» (Gv 11,4).
  • Grida ancora una volta “Lazzaro vieni fuori”, tiraci fuori da questa pandemia, ribalta il macigno che ci tiene sigillati, apri le nostre case, facci uscire da questa quarantena, liberaci dalla paura di questo male. Amen.
  • ✠ Giuseppe Marciante
  • Vescovo di Cefalù

[1] Intervista di Andrea Acali a Mons. Francesco Beschi, Vescovo di Bergamo in RomaSette, 26.03.2020.