Domenica delle Palme: l’Omelia del Vescovo

Carissimi,
la metafora che più si addice alla Pasqua è certamente quella del cammino, del viaggio e che in fondo è la metafora della vita. La stessa metafora l’ho utilizzata per descrivere il percorso della conversione sinodale della nostra comunità diocesana.
Gli Evangelisti raccontano la stessa vicenda storica di Gesù di Nazareth come un viaggio dalla periferia a Gerusalemme, il centro culturale, politico e religioso d’Israele. In verità vi è da leggere in filigrana l’esodo del Figlio di Dio dal seno della vita trinitaria per assumere la fragilità umana, redimerla e riportarla alla sua vera dignità alla destra di Dio.
Si fa evidente e più chiara la metafora del cammino nell’ultimo tratto della vita di Gesù che nella religiosità popolare prende il nome di “via crucis”, assunta pienamente dalla tradizione popolare, dall’arte e dalla letteratura.
In questo cammino della croce vorrei sottolineare tre incontri di Gesù sofferente con altrettanti personaggi che possiamo definire suoi compagni di viaggio anche se non appartenenti al cerchio dei discepoli che invece si sono defilati: «Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono» (Mc 14,50), commenta amaramente l’Evangelista Marco subito dopo che Gesù fu arrestato.
Si tratta del Cireneo che viene costretto a portare la Croce di Gesù, per poter arrivare in tempo all’esecuzione prima dell’inizio del Sabato. Il secondo è il ladrone pentito, il terzo il centurione romano, un pagano che lo riconosce e lo confessa come Figlio di Dio. Questi tre si riveleranno suoi veri discepoli e compagni perché condividono il pane amaro della sofferenza.
Si può conoscere veramente Gesù e confessare la fede in Lui solo se si è disposti a percorrere con lui la stessa strada.
1. Simone di Cirene.
Simone di Cirene è conosciuto da Marco come il padre di Alessandro e di Rufo, un uomo della campagna. Simone è costretto a prendere la Croce del condannato, un incontro non cercato, anzi, imprevisto. Possiamo considerare il Cireneo un cristiano suo malgrado, un discepolo senza averne coscienza. Attorno a Gesù troviamo un assembramento di compagni anonimi costretti a portare croci insopportabili. Pensiamo all’immensa moltitudine di coloro che hanno subito e continuano a subire sofferenze imposte da altri carnefici: pensate, nel secolo scorso, ai campi di sterminio nazisti, ai Gulag, i campi destinati ai lavori forzati per i dissidenti sovietici, al genocidio degli Armeni per mano dell’Impero Ottomano.
Pensiamo poi all’annoso dramma del popolo Palestinese. Aggiungiamo, già all’inizio di questo secolo, le sofferenze di chi subisce guerre inutili e ingiuste, come quella del Golfo, della Siria o le stragi del cosiddetto Stato Islamico, il Daesh o Isis.
Ma vorrei menzionare, quei “poveri Christi”, come li definirebbe Don Primo Mazzolari, che perdono la vita nel Mediterraneo perché costretti ad emigrare e come nuovi cirenei o discepoli anonimi, quei volontari che, osteggiati, rischiano la vita in mare per salvarli. Mi piace tantissimo la rappresentazione dell’artista Sieger Kader.
Gesù e Simone sotto la trave orizzontale della croce: lo “straniero”, l’uomo di Cirene, è accanto al “condannato”. Stanno spalla a spalla, volto accanto a volto, ambedue segnati da una sofferenza che li unisce e insieme li fortifica. Ambedue con una mano sostengono il peso, con l’altra abbracciano il vicino: «Portate gli uni i pesi degli altri» (Gal 6,2). La comune emarginazione li rende fratelli. Per il condannato, lo straniero diventa un amico; per lo straniero, il condannato diventa un pari: la comune emarginazione li rende fratelli. I volti, ora, non si distinguono più. L’amicizia o trova o rende uguali.
2. Il malfattore pentito.
Il secondo incontro è quello con il malfattore pentito, vero compagno perché destinato alla stessa condanna.
Ai due discepoli Giacomo e Giovanni che chiedevano di sedere alla sua destra e alla sua sinistra, una volta insediato nel suo regno, Gesù risponde che sedere alla destra o alla sinistra spetta a coloro per i quali è stato preparato, ma è possibile a tutti i discepoli bere al suo stesso calice e ricevere lo stesso battesimo nel sangue.
Alla destra e alla sinistra del trono della croce siedono due condannati alla stessa pena, la pena di morte.
Emblematica per contrastare l’inappellabilità della pena di morte è la testimonianza di un condannato a morte, un certo Jacques Fesch (1930-1957) che si è macchiato di un grave delitto. Dopo la sentenza di condanna così scrive al cappellano del carcere:
Ritrovare il Cristo che, nella solitudine di una cella, vi parla forse più distintamente che altrove. Allora, alla luce della fede, accettare la croce che a poco a poco diventerà così leggera che neanche la si sentirà più. Poi offrire la propria sofferenza, le ingiustizie di cui si è vittima, amare coloro che ci percuotono, e un giorno si udrà, come un buon ladrone crocifisso: “In verità ti dico, oggi stesso tu sarai in paradiso!”.
3. Il centurione.
Il terzo incontro. Nel momento ultimo, quando tutto sembra finito arriva il riconoscimento sulla vera identità di Gesù Nazareno.
Proprio sotto la croce si presenta un compagno inaspettato: un centurione romano. Da pagano diventa un convinto confessore della fede.
«Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”» (Mc 15,39). Le parole riportate dal Vangelo di Marco e che forse sono affiorate in maniera spontanea per uno che era abituato a queste scene e che evidentemente ha la sensazione che qui c’è qualcosa di diverso, di strano, di più autentico. Così, da esecutore della sentenza, si trova a dare una sua sentenza che ribalta totalmente quella del tribunale umano, per far affiorare il giudizio di Dio, che qui, in questo uomo crocifisso, offerto, sacrificato, donato, riconosce suo figlio amato, riconosce il compimento della sua giustizia. La voce del centurione è molto umana, ma quanto egli dice è molto divino, perché riflette ciò che il Padre ha sempre riconosciuto di suo Figlio e che ora vuole sia riconosciuto anche da noi. Gesù muore da giusto, che si dona senza disperare, senza accusare, senza inveire, senza maledire. Così ritroviamo sempre più quell’uomo, il centurione, immaginato lontano da Dio, come colui che più gli è vicino, gli è davvero “compagno”!
Per associazione di idee il centurione richiama un’altra figura di militare dei nostri tempi, Salvo D’Acquisto, un giovane carabiniere divenuto famoso per il suo atto di generosità fino al sacrificio personale per cui il servizio militare non è quello di far morire, ma di essere pronto a morire, avendo ben presente che cosa significhi il martirio vero, quello che non fa mai del male e neppure vuole il male per sé, ma desidera un vivere migliore, contrassegnato dalla giustizia. Di lui si può dire che è veramente un uomo giusto. È in corso la causa di beatificazione.
Papa Francesco nel motu proprio “Maiorem hac dilectionem”, datato e diffuso l’11 luglio 2017 ha stabilito:
Sono degni di speciale considerazione e onore quei cristiani che, seguendo da vicino le orme e gli insegnamenti del Signore Gesù, hanno offerto volontariamente e liberamente la vita per gli altri e hanno perseverato fino alla morte. L’eroica offerta della vita, suggerita e sostenuta dalla carità, esprime una vera, piena ed esemplare imitazione di Cristo ed è meritevole di quella ammirazione che la comunità riserva a coloro che volontariamente accettano il martirio o esercitano in grado eroico le virtù cristiane.
Concludo, carissimi, augurandovi la grazia speciale di un incontro vivo e vero con Gesù, crocifisso risorto.