Il dato è netto e non lascia spazio a interpretazioni comode: tra il 2014 e il 2019 l’agriturismo nel Palermitano cresce dove la terra è ancora centrale e resta marginale — o arretra — dove il turismo è forte ma scollegato dall’agricoltura. I numeri ISTAT parlano chiaro: l’entroterra consolida una presenza strutturata di aziende agrituristiche, mentre la fascia costiera, pur trainando l’economia turistica, intercetta pochissimo valore agricolo. È da qui che bisogna partire, perché questo non è solo un dato turistico: è un indicatore economico e politico.
Nel 2019 alcuni comuni dell’interno mostrano una continuità evidente. Monreale arriva a 12 aziende agrituristiche complessive, Polizzi Generosa ne conta 7, Collesano e Sclafani Bagni 6, Petralia Sottana 4, Castelbuono 3. Non si tratta di numeri casuali o episodici: sono territori che negli anni hanno mantenuto un rapporto vivo con l’agricoltura, con il paesaggio, con le produzioni locali. Qui l’agriturismo non è un’appendice, ma una forma di economia coerente con il contesto.
Al contrario, lungo la costa e nell’area urbana il quadro cambia radicalmente. In molti comuni costieri i numeri restano fermi su una o due unità, spesso limitate alla sola autorizzazione all’alloggio, senza ristorazione né attività legate alla filiera del cibo. È un agriturismo “debole”, poco integrato, che non genera un vero ecosistema economico. Il turismo balneare e urbano assorbe tutta l’attenzione, mentre la campagna resta fuori dal modello di sviluppo.
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Il caso di Cefalù è emblematico e, per certi versi, spiazzante. Nel 2019 le aziende agrituristiche autorizzate sono solo 2, con zero ristorazione. In una delle località turistiche più conosciute della Sicilia, la filiera agricola non entra quasi mai nell’esperienza turistica. Il risultato è un’economia fortissima nei numeri delle presenze, ma fragile nella distribuzione del valore: il turismo consuma territorio, ma non lo rigenera.
L’entroterra, invece, racconta un’altra storia. Qui l’agriturismo diventa strumento di resistenza economica e culturale. Non parliamo solo di posti letto, ma di ristorazione con prodotti locali, degustazioni, attività esperienziali, manutenzione del paesaggio. Ogni azienda agrituristica è un presidio che tiene aperta la campagna, frena l’abbandono, crea reddito diffuso. È un modello meno appariscente, ma più solido.
Il confronto 2014–2019 rafforza questa lettura. Nei comuni interni non si registra un boom improvviso, ma una crescita lenta e costante, segno di scelte imprenditoriali e amministrative coerenti. Dove l’agriturismo c’è, resta; dove manca, continua a mancare. Questo indica che non basta il mercato turistico a generarlo: servono visione, politiche locali, semplificazione amministrativa, una cultura del territorio.
Dal punto di vista economico il messaggio è chiaro: il Palermitano vive due economie parallele. Una è concentrata sulla costa, rapida, stagionale, dipendente dai flussi esterni. L’altra è interna, più lenta, ma radicata, capace di trasformare risorse locali in valore. L’agriturismo è uno dei pochi punti di contatto possibili tra queste due economie, ma oggi questo ponte è poco utilizzato.
Anche la distribuzione delle tipologie di autorizzazione è significativa. Nei comuni dell’entroterra le aziende tendono ad avere più autorizzazioni contemporaneamente: alloggio, ristorazione, degustazione, altre attività. Sulla costa prevale invece l’alloggio “puro”, spesso senza un reale legame con la produzione agricola. È la differenza tra ospitare e accogliere, tra vendere camere e raccontare un territorio.
Questi dati pongono una domanda politica inevitabile: che tipo di sviluppo si vuole per il Palermitano? Continuare a puntare tutto sulla rendita turistica costiera, oppure integrare il turismo con l’agricoltura, il paesaggio, l’identità? I numeri suggeriscono che l’entroterra, pur con meno risorse, ha già scelto. La costa, invece, sembra ancora ferma a un modello incompleto.
L’agriturismo, in questo senso, diventa un indicatore silenzioso ma potentissimo. Dove cresce, c’è visione; dove resta marginale, manca un progetto. Non è una questione di moda, ma di strategia territoriale. E i dati del 2019, messi a confronto con quelli del 2014, lo dimostrano senza bisogno di slogan.
Il Palermitano, oggi, non soffre di mancanza di turisti. Soffre di mancanza di integrazione. L’entroterra lo ha capito prima, la costa è ancora in ritardo. Ed è proprio in questo divario che si gioca una parte decisiva del futuro economico del territorio.














