Gli occhiali rosa. Diari di una genovese in Sicilia (1960-1977). Pepita Misuraca a Cefalù

Gli occhiali rosa. Diari di una genovese in Sicilia (1960-1977), di Pepita Misuraca (Autore), a cura di Giorgio Belli dell’Isca. Ed. il Palindromo.

C’è un momento della vita in cui il tempo, invece di richiudersi su se stesso, si apre come un orizzonte inatteso. Gli occhiali rosa nasce esattamente lì: in un albergo termale affacciato sul mare delle Eolie, dove una signora genovese, da quarant’anni radicata in Sicilia, affida a un «quadernetto» l’urgenza dei propri pensieri. Non è un esercizio letterario programmato, ma un atto vitale: il diario diventa confidente, specchio, compagno di una vertiginosa autoanalisi che inaugura, contro ogni convenzione, una seconda giovinezza.

Pepita Misuraca – al secolo Giuseppina Barbarossa – impara a guardare il mondo con occhi nuovi, attraversando passato, presente e futuro in un moto continuo, fatto di viaggi, incontri, immersioni nella natura, improvvisi slanci interiori. Ne nasce il racconto di una emancipazione sofferta e luminosa, che passa attraverso l’arte, la musica, la cultura, e che giunge a una conclusione tanto semplice quanto radicale: il matrimonio e la maternità non esauriscono l’esistenza di una donna. Gli occhiali rosa consegna al lettore l’ultimo, prezioso messaggio dell’autrice: nella vita non è mai troppo tardi per fabbricarsi una nuova, persino «inverosimile», felicità.

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Il volume è il frutto di un paziente lavoro di ricerca e di ritrovamento: oltre ai diari redatti nell’arco di diciassette anni e originariamente raccolti in undici quaderni, contiene inediti in prosa e in versi, rivelando una voce sorprendentemente moderna, mai retorica, capace di coniugare limpidezza espressiva e intensità emotiva.

Una vita tra Nord e Sud, tra storia e cultura

Nata a Varazze nel 1901, durante la Prima guerra mondiale accettò di diventare Madrina di Guerra, offrendo sostegno morale ai soldati al fronte. Tra questi vi fu Salvatore Misuraca, ufficiale volontario cefaludese: un incontro che si trasformò in amore e matrimonio al termine del conflitto, segnando il suo definitivo trasferimento in Sicilia.

Seguì il marito anche in Africa durante il periodo coloniale, quando egli fu nominato commissario del Governo; rientrata in Italia nel 1943, visse tra Palermo e Cefalù, dove divenne una presenza centrale del panorama culturale locale. Frequentatrice assidua della libreria Flaccovio, entrò in contatto con personalità come Leonardo Sciascia, Pino Mercante, Accursio Di Leo e Gaetano Falzone, inserendosi con naturalezza nei circuiti più vivi dell’intellettualità siciliana del dopoguerra.

L’impegno culturale e la visione internazionale

Gli anni Sessanta e Settanta la videro protagonista di un’intensa stagione di promozione culturale a Cefalù. Nel 1966 fondò, insieme a Giovanni Agnello di Ramata e al professor Giovanni Palamara, l’associazione Amici della Musica, di cui fu vicepresidente. Grazie alla collaborazione con le Associazioni Concertistiche Siciliane, la città conobbe un salto di qualità che la proiettò in un orizzonte internazionale, ospitando musicisti e direttori d’orchestra di altissimo livello: da Ottavio Ziino con l’Orchestra Sinfonica Siciliana a Eliodoro Sollima, da Valeri Voskobojnikov – che inaugurò uno splendido pianoforte a coda Steinway donato da Frank Jeppi – a numerosi altri interpreti di prestigio.

Negli anni Settanta l’associazione ottenne il riconoscimento ministeriale come società concertistica di interesse provinciale; nel 1977, sotto la direzione artistica del professor Nino Titone, divenne un centro vitale di elaborazione culturale, capace di coinvolgere studiosi come Giusto Monaco, Silvana Braida e Amedeo Tullio. Attraverso convegni e iniziative di alto profilo, Pepita contribuì anche alla tutela del patrimonio storico-artistico di Cefalù, sollecitando l’intervento di studiosi come Wolfgang Krönig per i primi restauri della Cattedrale e sostenendo importanti campagne archeologiche.

Scrittura, memoria, riconoscimento

Donna dinamica e tenace, elegante e vivace, Pepita Misuraca affrontò molte delle sue sfide più ambiziose in età matura, incarnando un modello di femminilità libera da stereotipi e rinunce. Scrisse libri di racconti e memorie – I personaggi (1973), I miei racconti africani (1977, con prefazione di Folco Quilici), Quando l’anima sa leggere (1982) – che rivelano una prosa moderna, essenziale, intensamente umana.

Se una sola impresa le rimase incompiuta, fu l’acquisizione sociale della Caserma Botta, per la quale non esitò a dialogare con istituzioni e autorità nazionali. Ma il riconoscimento più duraturo è giunto infine: una strada di Cefalù porta oggi il suo nome, restituendo alla memoria collettiva una donna che visse in profonda simbiosi con la città, spendendo la propria esistenza per la cultura e per il bello.

Gli occhiali rosa non è soltanto un libro di diari: è il testamento spirituale di una donna che ha osato guardare la vita senza rassegnazione, scegliendo, fino all’ultimo, di vedere il mondo con occhi nuovi.
Il libro è stato presentato a Cefalù dallo stesso Autore, Giorgio Belli dell’Isca (nella foto).