Per molti Cefalù è la città giovane per eccellenza, un luogo vivace, attrattivo, affacciato sul mare e capace di richiamare ogni anno migliaia di persone. Eppure i dati rivelano una realtà sorprendente: la percentuale di residenti tra i 16 e i 30 anni è più bassa rispetto alla maggior parte dei piccoli comuni dell’entroterra madonita, sovvertendo l’immagine comune di una città dinamica e generazionale. Cefalù registra infatti solo il 13,37% di popolazione in questa fascia d’età, un valore che la colloca tra i comuni meno giovani dell’intero comprensorio, superata persino da borghi con risorse, popolazione e infrastrutture nettamente inferiori.
Il confronto con i centri interni è netto. Diversi comuni, spesso percepiti come luoghi in declino demografico, mostrano percentuali molto più alte. Lascari raggiunge il 15,06%, Isnello arriva al 15,20%, Aliminusa al 16,09%, Alimena vola al 18,49% e Geraci Siculo tocca addirittura il 19,11%, dimostrando una presenza giovanile significativamente maggiore. Anche comuni piccolissimi e isolati presentano quote superiori a quella cefaludese. Solo tre centri fanno peggio: Scillato con il 10,35%, Gratteri con l’11,15% e Sclafani Bagni con l’11,94%. Questo significa che Cefalù si colloca di fatto in fondo alla classifica, e che ben venti comuni madoniti trattengono proporzionalmente più giovani rispetto alla località costiera.
Il dato non è solo statistico, ma culturale e sociale. Una comunità con pochi giovani nella fascia 16–30 anni rischia di perdere lentamente la propria forza propulsiva, la creatività, la capacità di innovazione e il ricambio generazionale naturale che alimenta scuole, associazioni, imprese e attività culturali. La presenza giovanile è l’indicatore che racconta la “temperatura vitale” di una città. Quando questa percentuale scende, significa che qualcosa non funziona come dovrebbe: o i giovani scelgono di andare via, o non trovano motivazioni sufficienti per restare, oppure non vedono in quel luogo un futuro possibile.
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A Cefalù le ragioni potrebbero essere molteplici. Il costo della vita e della casa, spinto da turismo e mercato stagionale, rende difficile per i giovani stabilirsi e diventare residenti; il lavoro, pur essendo numeroso nel periodo estivo, è spesso discontinuo e poco legato alla costruzione di un progetto di vita stabile; i servizi avanzati — scolastici, universitari, sanitari, culturali — vengono cercati altrove, soprattutto a Palermo, e molti ragazzi che vanno via per studio non rientrano più. A tutto questo si aggiunge un fenomeno più sottile: la percezione della città come “meta turistica” più che come spazio comunitario radicato e quotidiano. Una città che si vive solo d’estate rischia di non essere percepita come luogo dove crescere, lavorare, investire e mettere radici.
Il paradosso è che piccoli paesi delle Madonie con risorse minori, ma con un ritmo sociale più stabile e un costo della vita più sostenibile, trattengono più giovani di Cefalù. In centri come Alimena o Geraci Siculo, il tessuto comunitario è così forte che la fascia 16–30 anni risulta molto più significativa in proporzione. Non si tratta dunque di una semplice questione numerica, ma di una riflessione sulla qualità della vita, sull’identità del territorio e sulla capacità di una città di attrarre o respingere le nuove generazioni.
Cefalù si trova davanti a un bivio cruciale. Può continuare a essere una splendida cartolina, abitata da un flusso costante di turisti e visitatori, oppure può scegliere di diventare una città da vivere, capace di offrire opportunità reali, spazi accessibili, case per i giovani, servizi per le famiglie, lavoro stabile e un’identità non interamente dipendente dalla stagione balneare. I dati della fascia 16–30 anni dicono che questa seconda strada oggi non è ancora realtà.
Il rischio, se nulla cambia, è che Cefalù si trasformi sempre più in una città “ad una sola dimensione”, priva di quel respiro generazionale che garantisce futuro, imprese, scuole vive, eventi culturali, associazioni attive e comunità solide. Nei numeri si legge un avvertimento: un luogo non sopravvive solo di bellezza, ma di persone che lo abitano, lo scelgono e lo tengono vivo. Le Madonie, paradossalmente, oggi lo dimostrano più di Cefalù.














