Cefalù, crollano gli imprenditori: da 78 a 35 in contabilità ordinaria. Il commercio cambia volto

Cefalù sta vivendo un cambiamento silenzioso ma radicale, che rischia di modificare per sempre il suo tessuto economico e sociale. I numeri ISTAT relativi al periodo 2012–2023 raccontano una storia che dovrebbe far riflettere tutti: nel giro di undici anni gli imprenditori in contabilità ordinaria – cioè quelli più strutturati, quelli che tradizionalmente hanno sostenuto il commercio, le attività stabili, le imprese locali – sono crollati da 78 a soli 35. Più della metà in meno. Un dimezzamento che non può essere liquidato come una semplice oscillazione statistica, ma che rappresenta un vero e proprio segnale d’allarme per il futuro della città.

Cefalù ha sempre avuto una naturale vocazione turistica, ma dietro quella vocazione c’era un’anima imprenditoriale forte: negozi di famiglia che passavano di generazione in generazione, piccoli imprenditori locali che investivano nel territorio, artigiani che producevano valore, commercianti che facevano girare l’economia. Questo tessuto oggi non esiste più come prima. E i numeri lo dimostrano.

Gli imprenditori in contabilità ordinaria non sono figure marginali: rappresentano la parte più solida del sistema produttivo, quella che richiede investimenti, personale, competenze, presenza costante sul territorio. Erano 78 nel 2012; nel 2023 ne sono rimasti 35. Significa che 43 imprese strutturate non ci sono più. Per una città delle dimensioni di Cefalù è una perdita enorme. Equivale a dire che una parte importante dell’economia locale è stata erosa, consumata, sostituita da un modello che non punta più su chi produce ma su chi lavora per altri.

Perché tutti leggono il romanzo ambientato a Cefalù

“Non pensavo potesse coinvolgermi così: dovete leggerlo assolutamente.” (Laura)

“Una storia che conquista pagina dopo pagina. Non perdetelo.” (Marco)

“Mi ha emozionato più di quanto immaginassi. Lo consiglio. Chiuso l’ultima pagina, avrei voluto ricominciare da capo.” (Giulia)

Il Segreto del Re
di Mario Macaluso

🛒 Acquista su Amazon

Arriva a casa tua in pochi giorni

In parallelo, è aumentato il numero dei lavoratori dipendenti, passati da 4.162 nel 2012 a 4.763 nel 2023. È un dato che spesso viene letto come un segnale positivo, come se più dipendenti significasse più stabilità e più occupazione. Ma non è così semplice. In un contesto come quello cefaludese, dove la spina dorsale storica dell’economia era rappresentata dagli imprenditori locali, l’aumento dei dipendenti coincide con la perdita di autonomia economica del territorio. Cresce il lavoro subordinato, spesso stagionale, spesso legato a grandi strutture turistiche, spesso gestite da soggetti che non vivono neanche a Cefalù. Crescono gli stipendi, ma diminuisce la ricchezza generata localmente.

Il turismo è il grande motore economico della città, ma negli ultimi anni si è trasformato in un motore che gira al massimo senza però riscaldare il territorio. Milioni di euro entrano a Cefalù grazie ai turisti, ma non restano qui: seguono circuiti economici esterni, finiscono in società che hanno sede altrove, in proprietà immobiliari che appartengono a non residenti, in attività che danno lavoro ma non generano capitale locale. È questo il cuore del problema.

E la diminuzione degli imprenditori locali è la prova di questa fuga di ricchezza. Quando una città perde i suoi imprenditori perde la capacità di trattenere il denaro prodotta dal turismo. È come avere una cisterna piena d’acqua ma con un grande buco sul fondo: si riempie continuamente, ma l’acqua non resta. È esattamente ciò che sta accadendo a Cefalù. Le società di servizi, le catene commerciali attraggono capitali, ma il capitale generato non alimenta l’economia locale; al contrario, la svuota.

Il dato sul reddito da partecipazione è emblematico: cresce da 6,5 milioni nel 2012 a oltre 7 milioni nel 2023. Cresce il reddito, ma diminuiscono i contribuenti: da 567 a 437. Meno soggetti, più ricavi. È la fotografia perfetta di un mercato in cui pochi soggetti, spesso non locali, intercettano la maggior parte degli utili, sottraendo spazio, competitività e respiro all’imprenditoria del posto. È un modello che produce occupazione, certo, ma non sviluppo. E una città che non si sviluppa perde lentamente la sua indipendenza economica.

Il reddito da fabbricati cresce anch’esso, passando da 7 a quasi 10 milioni. Ma anche qui il fenomeno va interpretato: questo aumento non deriva da una crescita dell’imprenditoria immobiliare locale, ma da un mercato sempre più orientato all’affitto turistico, alle seconde case, agli investimenti esterni. È il reddito di chi possiede immobili, non di chi crea lavoro. È la ricchezza dei proprietari, non quella dei residenti.

Il risultato finale è un quadro in cui la città si riempie, lavora, produce movimento, ma non produce più ricchezza che rimane. La base della piramide economica si assottiglia: meno imprenditori, meno negozi storici, meno attività indipendenti. E se la base si indebolisce, l’intera struttura rischia di crollare.

Il problema non riguarda soltanto l’economia: è un problema culturale e sociale. Quando in una città diminuiscono gli imprenditori locali, diminuiscono anche le competenze, l’innovazione, la creatività, la capacità di immaginare il futuro. Un imprenditore non è solo un soggetto economico: è un pezzo di comunità. È qualcuno che investe, rischia, crea posti di lavoro, costruisce relazioni, genera valore. Quando un imprenditore chiude o rinuncia, non perdiamo solo un’attività. Perdiamo un frammento della città.

A Cefalù questo sta accadendo in modo evidente. I giovani non aprono nuove attività perché i costi sono alti, gli affitti proibitivi, la concorrenza spietata, il margine di guadagno insufficiente. Chi aveva un’impresa la chiude o la trasforma. Le nuove attività che nascono spesso non appartengono al tessuto locale. Il turismo – che dovrebbe essere una ricchezza – è diventato un mercato che consuma la città ma non la nutre.

Cefalù è una bellezza che attira, ma la ricchezza che arriva non resta. E se non resta, non costruisce futuro.

Il crollo degli imprenditori in contabilità ordinaria da 78 a 35 non è solo un dato. È un campanello d’allarme. È la dimostrazione che qualcosa nel modello economico della città si sta spezzando. È la prova che la ricchezza prodotta dai turisti non alimenta più le famiglie di Cefalù, ma altre famiglie, altre città, altri territori.

Questo fenomeno non si può ignorare. Non è un caso, non è una tendenza passeggera. È un processo in corso. E se non verrà invertito, la città rischia di diventare un grande palcoscenico turistico senza un’anima economica propria, un luogo che accoglie milioni di visitatori ma non dà più ai suoi residenti la possibilità di crescere, di investire, di costruire un futuro qui.

I numeri parlano. E dicono che Cefalù sta perdendo i suoi imprenditori. E con loro sta perdendo la sua autonomia economica. Ora spetta alla città decidere se ascoltare questo campanello d’allarme o continuare a fare finta di niente.

Cambia impostazioni privacy