L’economia di Cefalù, osservata attraverso undici anni di dati ISTAT, racconta una trasformazione profonda, forse la più grande degli ultimi cinquant’anni. Dietro l’apparente stabilità generale, infatti, c’è una città che cambia identità, perde pezzi della sua tradizione imprenditoriale e si affida sempre più a redditi che derivano da forme stabili e dipendenti, piuttosto che dall’iniziativa economica locale. È un cambiamento che, a una prima lettura, potrebbe sembrare un segno di benessere. Ma non è così: i numeri mostrano che Cefalù sta diventando una città che lavora, ma non necessariamente una città che produce. Una città che accoglie turisti, ma che genera ricchezza che poi vola altrove. Una città sempre più dipendente da redditi esterni e sempre meno capace di creare un capitale proprio.
Nel 2012 i contribuenti erano 9.652; nel 2023 sono 9.864. La popolazione fiscale cresce appena, ma ciò che muta in modo radicale è la composizione interna. A trainare tutto sono i lavoratori dipendenti, che nel 2012 erano 4.162 e oggi sono 4.763. Mai così tanti negli ultimi decenni. E cresce anche il reddito complessivo: da 73 a oltre 93 milioni di euro. A prima vista potrebbe sembrare un segnale positivo, ma in realtà racconta una dipendenza crescente dal lavoro subordinato, spesso stagionale, talvolta poco qualificato, quasi sempre legato alla filiera del turismo. Più dipendenti significa meno imprenditori, meno negozi di famiglia, meno laboratori artigianali, meno professionalità autonome. Cresce la città che lavora, ma diminuisce la città che crea lavoro.
La prova più evidente sta nel crollo dei lavoratori autonomi. Nel 2012 erano 238; nel 2023 sono appena 145. Significa quasi cento in meno, un –40% che non è una fluttuazione statistica, ma un collasso strutturale. Negli stessi anni diminuiscono anche gli imprenditori in contabilità ordinaria, quelli che un tempo rappresentavano il cuore del commercio e dell’economia del centro storico: da 78 a 35, più che dimezzati. Dietro questi numeri ci sono serrande abbassate, attività non più redditizie, giovani che non aprono più un’attività perché è troppo rischioso, famiglie che non vogliono investire perché il territorio non restituisce abbastanza. Sono segnali che raccontano un indebolimento della capacità produttiva della città.
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Il Segreto del Re
di Mario Macaluso
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Diverso il comportamento del reddito da pensione, che cresce in maniera continua: da 53,9 milioni a oltre 70 milioni. Ciò conferma che una parte importante della ricchezza cittadina arriva da fuori, attraverso pensioni erogate dallo Stato e dall’INPS, ma non generate in loco. È una ricchezza che sostiene l’economia quotidiana, ma che non deriva da un sistema produttivo attivo. E quando un territorio vive grazie a pensioni, lavoro dipendente e turismo, senza un tessuto imprenditoriale solido, rischia di diventare un luogo economicamente fragile.
Il settore del mattone conferma questo paradosso. Il reddito da fabbricati cresce da 7 a quasi 10 milioni di euro. Anche questo è un segnale bifronte: da un lato i proprietari di immobili continuano a generare reddito; dall’altro si consolida un mercato basato sull’affitto turistico e sulla seconda casa, un modello che non redistribuisce ricchezza in modo equo e che al contrario tende a espellere i residenti dai centri storici. Il mattone resta una fonte stabile, ma non alimenta l’economia produttiva. Alimenta invece il valore immobiliare, spesso a vantaggio di chi in città non vive e non consuma quotidianamente.
Un’altra categoria importante è quella del reddito da partecipazione, cioè quello derivante dalle società. Il reddito cresce, passando da 6,5 milioni nel 2012 a oltre 7 milioni nel 2023. Ma il numero dei contribuenti diminuisce: da 567 a 437. Anche in questo caso, più reddito prodotto da meno soggetti significa una cosa precisa: poche società più forti, spesso non locali, che intercettano gran parte del capitale che arriva a Cefalù. È il caso delle grandi strutture ricettive, delle società di servizi, delle catene e, più in generale, di quei soggetti economici che operano sul territorio ma non sempre appartengono al tessuto sociale cittadino.
Ed è proprio qui che emerge il punto critico più importante: Cefalù genera flussi economici enormi, soprattutto grazie al turismo, ma la maggior parte di questo denaro non resta in città. Arriva, passa, si trasforma in consumi, ma poi finisce altrove. Nelle sedi delle società che gestiscono hotel, ristoranti, servizi. Nelle tasche di proprietari che non vivono più a Cefalù. Nei conti di grandi operatori che fanno utili qui ma investono altrove. In una parola: il capitale non rimane. Non circola tra i residenti. Non alimenta nuove iniziative locali. Non crea imprenditoria giovane. Non costruisce futuro. E questo genera un cortocircuito: più turismo, ma meno ricchezza locale.
Il dato più allarmante è proprio questo: nonostante il boom turistico, i cefaludesi non diventano più ricchi come comunità. Cresce la città dipendente, diminuisce la città imprenditoriale, e questo significa due cose. La prima: cresce la dipendenza economica da redditi esterni. La seconda: si indebolisce la capacità della città di trattenere capitale, trasformarlo e reinvestirlo.
Gli imprenditori cessano, le attività chiudono, i giovani non aprono nuove imprese. È un processo lento ma costante, che rischia di lasciare Cefalù priva di quella borghesia economica che per decenni ha rappresentato la vera forza della città: albergatori locali, artigiani, commercianti, imprenditori familiari, professionisti che mantenevano vivo il territorio. Tutto quel patrimonio rischia di scomparire.
Alla fine del percorso, il quadro è chiaro e preoccupante. Cefalù è diventata una città che lavora per altri. Una città che produce reddito per soggetti che non vivono qui. Una città che accoglie milioni di turisti ma vede diminuire i suoi imprenditori. Una città che sta perdendo la capacità di generare ricchezza propria e rischia di diventare un luogo economicamente dipendente e socialmente fragile.
I numeri parlano. E se i numeri parlano vanno solo ascoltati. Perché senza imprenditori locali non c’è economia locale. Senza economia locale non c’è ricchezza che resta. E senza ricchezza che resta, il futuro di Cefalù rischia di essere un futuro solo apparente, luminoso fuori, ma sempre più vuoto dentro.














