C’è una domanda che vale la pena farsi guardando la vita pubblica dei nostri paesi: perché oggi chi non la pensa come noi è un nemico? Non un avversario, che è una cosa diversa, ma un nemico da isolare, da screditare, da colpire nella reputazione e, quando possibile, nelle amicizie e nel lavoro. È successo qualcosa nei rapporti tra le persone, e non è successo per caso. È la conseguenza diretta del modo in cui si fa politica. Perché la politica del favore, per funzionare, ha bisogno di dividere. La politica della costruzione, al contrario, ha bisogno di unire.
Un’opera è per tutti, un favore è per qualcuno
Quando Giuseppe Giardina, nel dopoguerra, costruì il lungomare di Cefalù, lo costruì per tutti. Ci passeggiavano quelli che lo avevano votato e quelli che avevano votato contro, i democristiani e i comunisti, i notabili e i pescatori. Il lungomare non chiedeva a nessuno da che parte stesse. Lo stesso valeva per il porto avviato a Presidiana, per lo stadio, per l’Istituto Artigianelli, per le strade che nelle Madonie collegavano paesi che fino ad allora si raggiungevano a dorso di mulo. Un’opera pubblica, per sua natura, è un bene indivisibile: non si può dare il lungomare a metà città e negarlo all’altra metà.
Il favore, invece, è per definizione un bene divisibile. Il posto in un ente lo si dà a uno e non a un altro. La pratica sbloccata è quella di chi ha chiesto nel modo giusto. Il contributo arriva a chi è vicino e non arriva a chi è lontano. E qui sta il punto: il favore ha valore solo se qualcuno ne resta escluso. Se tutti avessero il posto, il posto non sarebbe un favore ma un diritto, e nessuno dovrebbe riconoscenza a nessuno. La politica delle clientele ha quindi bisogno strutturale di dividere la comunità in due: quelli che sono dentro e quelli che sono fuori. Gli amici e gli altri.
Don Luigi Sturzo lo aveva capito con un secolo di anticipo. Il suo appello del 1919 era rivolto ai “liberi e forti”, cioè a cittadini che non dipendessero da nessuno, perché solo chi non deve niente a nessuno può pensare al bene di tutti. Il notabile che distribuiva favori nella Sicilia dell’epoca non era solo un uomo di potere: era un uomo che aveva bisogno che la gente restasse divisa e dipendente, perché una comunità unita e autonoma non ha più bisogno di lui.
Dall’escluso al nemico
Il passaggio successivo è quasi automatico. Chi resta fuori dal giro dei favori non è semplicemente uno che non ha ricevuto: è uno che potrebbe protestare, chiedere conto, denunciare, votare contro. È un pericolo. E il modo più semplice per neutralizzare un pericolo è trasformarlo in un nemico, cioè in qualcuno di cui non ci si deve fidare, che agisce per interesse o per invidia, che non ama il paese. Così l’avversario politico, che nella Cefalù del dopoguerra era un cittadino con idee diverse da convincere in consiglio comunale, diventa oggi un traditore da smascherare sui social.
Leonardo Sciascia ha descritto questo meccanismo in tutti i suoi romanzi: il potere siciliano non governa contro qualcuno, governa attraverso l’esclusione di qualcuno. Il “contesto” tiene insieme chi è dentro proprio perché c’è sempre qualcuno fuori. E chi è fuori, prima o poi, o si arrende e chiede di entrare, oppure viene isolato fino a diventare irrilevante. In entrambi i casi il sistema vince.
Nelle Madonie questo ha avuto un effetto devastante sui rapporti tra i paesi. Comunità che per secoli avevano condiviso pascoli, feste, santi e matrimoni si sono ritrovate a contendersi finanziamenti, sedi di uffici, ospedali da tenere aperti o da chiudere, ognuna con il proprio politico di riferimento a promettere che avrebbe portato a casa qualcosa a spese del paese vicino. Il favore, distribuito a un paese e negato a un altro, ha fatto dei vicini di casa dei rivali. E un territorio di rivali non costruisce niente insieme, perché costruire richiede fiducia.
Costruire richiede alleati
Qui sta la differenza decisiva. Per distruggere basta essere in pochi: una denuncia, una campagna sui social, una fuga di notizie, un’esclusione ben mirata. Per costruire, invece, bisogna mettere insieme persone diverse, trovare compromessi, convincere chi non è d’accordo, accettare che l’opera porterà il nome di tutti e di nessuno. Giardina, per fare il lungomare e per far arrivare il Club Med, dovette parlare con proprietari terrieri, con la Chiesa, con i pescatori, con i suoi oppositori in consiglio. Non li trattò da nemici, perché di ciascuno di loro aveva bisogno.
Una comunità che si divide in amici e nemici perde esattamente questa capacità. Non riesce più a finire un porto, a completare una ferrovia, a rendere potabile l’acqua, perché ogni opera diventa terreno di scontro e non di collaborazione, e perché ogni amministrazione preferisce lasciare incompiuto piuttosto che riconoscere un merito a chi è venuto prima. Il nemico interno è la conseguenza della politica del favore, ma è anche la sua garanzia: finché i cittadini si guardano con sospetto, non si accorgono di essere tutti esclusi dalla stessa cosa, cioè da una città che funziona per tutti.
Uscire da questa logica non è complicato. Basta tornare a chiedere ciò che è indivisibile: strade, acqua, servizi, opere. Su queste cose non esistono amici e nemici. Esiste solo una comunità, e chi la governa deve rendere conto a tutta.
HO FINITO















