Chi vive nei paesi delle Madonie conosce bene la fatica di ogni giorno. Una visita specialistica che costringe a scendere fino a Palermo, una strada provinciale chiusa da anni per una frana mai sistemata, un autobus che passa due volte al giorno, una scuola accorpata con quella del paese vicino perché gli alunni sono sempre meno. Sono disagi che nessuno ha scelto, ma che qualcuno ha contribuito a creare. Perché dietro ogni servizio che manca c’è quasi sempre una scelta politica mancata, e dietro molte scelte mancate c’è un meccanismo antico: il piccolo favore scambiato con il voto.
La scala di Sciascia e il territorio
Nel 1961 Leonardo Sciascia pubblicò «Il giorno della civetta». In una delle pagine più famose della letteratura italiana, il boss don Mariano Arena divide l’umanità in cinque categorie: uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà. Gli uomini sono pochissimi. Tutti gli altri scendono di gradino in gradino fino ai quaquaraquà, quelli che parlano tanto e non valgono niente, simili alle anatre che starnazzano nello stagno.
Sciascia scriveva della mafia, ma quella scala racconta anche un certo modo di fare politica. L’ominicchio è chi si accontenta di poco e chiede poco: un posto per il figlio, una pratica sbloccata, un contributo, una precedenza. Il quaquaraquà è chi promette tutto a tutti in campagna elettorale e poi, a urne chiuse, sparisce. Insieme formano un sistema che funziona benissimo per chi ne fa parte e malissimo per il territorio.
Quanto vale un favore
Il meccanismo è semplice. Un amministratore o un politico fa un favore a una persona, a una famiglia, a un piccolo gruppo. In cambio riceve il voto. Chi ha ricevuto il favore si sente in debito e alle elezioni successive ripaga. Tutto sembra finire lì, in un rapporto privato tra due parti che si ritengono soddisfatte.
Ma il conto non lo pagano loro. Lo paga l’intera comunità. Perché il tempo, le energie e le risorse spese a soddisfare le richieste individuali sono tempo, energie e risorse sottratte ai progetti che servono a tutti. Un politico che deve mantenere la propria rete di favori non ha interesse a battersi per un ospedale più efficiente, per una strada sicura o per una linea di trasporto pubblico. Quei servizi non portano voti a nessuno in particolare, perché appartengono a tutti. E ciò che appartiene a tutti, nella logica del favore, non appartiene a nessuno.
Così un paese può avere il consigliere che trova il posto al nipote dell’elettore fedele, ma non avere il pediatra. Può avere chi sistema la pratica della pensione, ma non chi ottiene i fondi per mettere in sicurezza la strada che porta al paese. Ogni favore concesso è una piccola vittoria privata. La somma di tutti i favori è una grande sconfitta collettiva.
Quando si costruiva
Non è sempre stato così. La storia di questo territorio dimostra che quando la politica si è messa al servizio della comunità i risultati sono arrivati, e sono durati nel tempo. Nel dopoguerra Cefalù ebbe amministratori che pensavano alla città come a un bene comune da far crescere. Il sindaco Giuseppe Giardina, medico, guidò la città dal 1946 e pose le basi di quella che sarebbe diventata una delle località turistiche più conosciute della Sicilia. Si ragionava in termini di opere, di infrastrutture, di futuro. L’ospedale, il porto, lo sviluppo turistico nacquero da una visione, non da una trattativa.
Anche i paesi delle Madonie hanno conosciuto stagioni in cui scuole, acquedotti, strade e presìdi sanitari venivano costruiti e difesi. Erano anni di fatica e di risorse limitate, ma l’idea di fondo era chiara: la politica serve a dare ai cittadini ciò che da soli non possono ottenere.
Poi qualcosa si è rotto. La politica del servizio ha lasciato il posto alla politica della clientela. Invece di costruire per tutti si è cominciato a distribuire a pochi. E il territorio ha iniziato a svuotarsi.
Chi se ne va e chi resta
Lo spopolamento delle Madonie non è una calamità naturale. È anche il risultato di decenni in cui i servizi essenziali sono stati lasciati deperire. I giovani partono perché non trovano lavoro, ma anche perché non trovano una vita possibile: collegamenti difficili, assistenza sanitaria lontana, scuole sempre più piccole. Chi resta sono soprattutto gli anziani, cioè proprio le persone che di quei servizi avrebbero più bisogno.
E qui il meccanismo del favore mostra il suo volto più amaro. In una comunità che si impoverisce, il piccolo aiuto personale diventa ancora più prezioso, e il voto di scambio ancora più forte. Il sistema si alimenta della stessa povertà che produce. Meno servizi ci sono, più si dipende da chi può concedere una scorciatoia. Più si dipende, meno si ha la forza di pretendere diritti.
Rompere il cerchio
Uscire da questa spirale è possibile, ma richiede un cambio di sguardo. Significa smettere di chiedere al politico «cosa puoi fare per me» e cominciare a chiedergli «cosa farai per il paese». Significa giudicare chi amministra non dal favore ricevuto, ma dalla strada riaperta, dal servizio mantenuto, dal progetto portato a termine.
Sciascia sapeva che gli uomini veri sono pochi. Ma sapeva anche che una comunità si misura dalla capacità di riconoscerli e di sceglierli. Le Madonie e Cefalù hanno bisogno di infrastrutture, di sanità, di trasporti, di scuole. Nessun favore personale potrà mai valere quanto una strada sicura, un ospedale che funziona o un giovane che decide di restare.
HO FINITO















