Non è solo questione di università. Una delle ragioni principali per cui 96 mila giovani hanno lasciato la Sicilia dal 2019 a oggi ha un nome preciso: lavoro povero.
A spiegarlo è la Cgil Sicilia, che ha analizzato i dati Istat sull’emigrazione giovanile. Il quadro che emerge è netto: anche quando un’occupazione c’è, spesso non basta a costruirsi una vita.
“Il lavoro, quando c’è, è lavoro povero, caratterizzato da precarietà, discontinuità, bassi salari”, afferma il segretario generale Alfio Mannino. E i numeri parlano chiaro: in Sicilia una persona su due ha un contratto a tempo determinato oppure un cosiddetto “contratto pirata”, cioè un contratto che riduce paga e diritti rispetto a quanto previsto.
In queste condizioni, restare diventa difficile. I giovani che partono per ragioni di lavoro hanno soprattutto tra i 26 e i 30 anni, l’età in cui si cerca stabilità. Proprio in questa fascia si registrano i cali più forti: tra i 28 e i 30 anni la diminuzione supera il 15%.
A pesare è anche il crollo del sistema produttivo dell’Isola. Secondo la Cgil, mancano interventi sull’innovazione e sulla valorizzazione di nuove competenze e nuove professioni. Il risultato è che a partire non sono solo i ragazzi senza titolo, ma anche laureati e persone altamente qualificate.
Mannino critica anche il governo regionale: “Si parla di aumento del Pil, ma cantare vittoria quando i dati dell’emigrazione giovanile non cambiano è fuori luogo. Pura propaganda”.
La conclusione del sindacato è chiara: finché non cambieranno il modello di sviluppo e la qualità del lavoro offerto, i giovani continueranno a fare le valigie.















