Quando si parla di welfare, spesso si immagina una rete invisibile fatta di servizi, prese in carico, aiuti economici, interventi personali e ascolto. Ma il welfare non è uguale dappertutto: cambia forma, intensità, profondità. Nel 2022, i numeri raccolti nei Comuni di Cefalù e Taormina mostrano due modelli radicalmente diversi. Due modi di vivere il bisogno, di dichiararlo, di affrontarlo. Due visioni della fragilità che non potrebbero essere più lontane. Così lontane che i grafici non sembrano parlare della stessa regione, né della stessa epoca.
Il primo punto da cui partire è il numero che più di ogni altro definisce la forza di un sistema di welfare: le richieste d’aiuto al segretariato sociale. È la porta d’ingresso, lo spazio in cui una famiglia, un giovane, un anziano dice semplicemente: “Ho un problema”. A Cefalù, nel 2022, questo gesto è stato compiuto 5.731 volte. A Taormina, 22. È il cuore della differenza tra i due modelli: Cefalù presenta un bisogno sociale che emerge apertamente, in modo massiccio, costante; Taormina registra un bisogno che resta basso, quasi impercettibile. Ma la domanda che naturalmente nasce è se questo divario rifletta due mondi realmente così diversi o due modi diversi di affrontare la stessa fragilità.
La povertà materiale è il secondo indicatore chiave. A Cefalù, nel 2022, 150 famiglie hanno ricevuto contributi economici dal Comune e 63 hanno chiesto beni di prima necessità. In totale, 213 famiglie hanno dichiarato una difficoltà così concreta da richiedere un aiuto immediato. A Taormina, nello stesso anno, nessuna famiglia ha chiesto o ricevuto contributi economici né beni essenziali. Anche qui i due modelli si distanziano in modo netto: Cefalù è un territorio in cui la povertà emerge, si mostra, si affida alla struttura pubblica; Taormina è un territorio in cui la povertà, se esiste, non passa dalle vie formali del Comune. Non è detto che non esista; semplicemente non si manifesta nello stesso modo.
Un’altra frattura importante riguarda l’ambito educativo e familiare. A Cefalù, nel 2022, 117 minori sono stati presi in carico dal servizio sociale, 35 studenti con disabilità hanno ricevuto sostegno scolastico e 43 interventi domiciliari sono stati effettuati nelle famiglie. A Taormina, la situazione è quasi opposta: 15 minori in carico, nessun sostegno scolastico per studenti con disabilità, nessun intervento domiciliare. È qui che i due modelli diventano ancora più riconoscibili: Cefalù ha un welfare molto interventista, capace di entrare nelle case, nelle aule, nei problemi delle famiglie. Taormina, invece, sembra avere un welfare minimale, che si attiva poco e raramente.
Il mondo degli anziani conferma questa polarizzazione. Cefalù registra 17 casi di presa in carico tra servizi residenziali e assistenza continuativa. Taormina, solo 4. Non si tratta solo di numeri, ma della fotografia di due città che invecchiano in modo diverso. Dove il Comune intercetta l’anziano fragile, la solitudine diventa un dato pubblico. Dove il Comune interviene meno, la solitudine può restare invisibile o essere gestita dalla famiglia.
E poi c’è l’aspetto più sorprendente dell’intero confronto: la socialità, la prevenzione, l’aggregazione. A Taormina, nel 2022, 303 persone hanno partecipato ad attività sociali, culturali e ricreative promosse o sostenute dal Comune. A Cefalù, zero. È il punto in cui la distanza tra i due modelli si ribalta completamente. Se Cefalù concentra il proprio welfare sulle emergenze, Taormina sembra investire su ciò che previene l’emergenza: la vita di comunità, le relazioni, gli spazi di incontro. L’una interviene quando il problema esplode, l’altra sembra costruire le condizioni perché il problema, almeno in parte, non esploda.
Dunque, che cosa dicono davvero i numeri del 2022? Il modello Cefalù è un welfare che vede tutto, sente tutto, registra tutto. È un sistema ad alta emersione del bisogno, fatto di richieste continue, interventi numerosi, famiglie che si affidano al Comune come primo interlocutore. È un modello che presenta un costo emotivo e organizzativo enorme, ma che garantisce visibilità ai problemi.
Il modello Taormina è, al contrario, un welfare che vede poco, registra poco, interviene poco. Ma non per forza perché il bisogno non esiste: spesso perché il bisogno viene assorbito altrove, nei legami familiari, nelle risorse private, nella capacità delle comunità di sostenersi senza passare dal Comune. È un modello che rischia di nascondere una parte della fragilità, ma che riesce a creare una società più attiva dal punto di vista della prevenzione.
Due modelli, due città, due filosofie sociali opposte. Una domanda però resta aperta, più grande di tutte le altre: quale dei due modelli è davvero più sostenibile per il futuro del welfare siciliano?















