In America si cambia in due anni, in Sicilia niente cambia mai: ecco perché i giovani se ne vanno

Agli americani sono bastati due anni. Hanno guardato chi li governava, hanno deciso che non andava bene e lo hanno mandato a dire nelle urne. Fine. Nessuna attesa infinita, nessuna rassegnazione. In Sicilia funziona al contrario. Qui il tempo della politica è lento, lunghissimo, immobile. E in una terra dove nulla cambia in fretta, alla fine non cambia niente. Ecco perché i nostri giovani fanno le valigie.

Il potere che ha paura del giudizio

Negli Stati Uniti chi governa sa che fra due anni dovrà presentarsi davanti agli elettori. È questa paura, sana e democratica, a tenerlo sveglio. Deve fare, deve mantenere le promesse, deve dimostrare qualcosa. Perché se non lo fa, i cittadini lo fermano. Lo hanno appena fatto con Donald Trump, l’uomo più potente del mondo: gli hanno tolto il Congresso a metà mandato.

In Sicilia questa paura non esiste. Chi viene eletto ha davanti cinque anni senza esami. Cinque anni in cui il giudizio dei cittadini non arriva mai. E quando arriva, trova spesso gli stessi nomi, gli stessi gruppi, le stesse famiglie politiche che si passano il testimone. Il potere qui non teme gli elettori. Li aspetta, con calma, sapendo che il tempo gioca a suo favore.

Il tempo lungo che uccide il cambiamento

Il cambiamento ha bisogno di velocità. Ha bisogno di poter correggere gli errori subito, di mandare a casa chi sbaglia prima che il danno diventi irreparabile. Quando invece ogni giudizio è rimandato di cinque anni, l’errore si incrosta. Diventa abitudine. Poi diventa sistema.

È così che in Sicilia le cose restano ferme. Le strade restano quelle, i servizi restano quelli, le promesse si ripetono identiche a ogni campagna elettorale. Cambiano i manifesti, a volte cambiano perfino le facce. Ma il meccanismo resta lo stesso: chi ha il potere lo conserva, chi non ce l’ha impara presto che non vale la pena provarci.

E in troppi paesi, quando arriva il giorno del voto, sulla scheda c’è un nome solo. Non è democrazia, è un rito. Si va al seggio non per scegliere, ma per confermare ciò che è già deciso.

Il messaggio che arriva ai giovani

Un ragazzo siciliano di vent’anni guarda tutto questo e capisce in fretta. Capisce che qui il merito conta poco e l’appartenenza conta molto. Capisce che per lavorare servono conoscenze più che competenze. Capisce che chi comanda oggi comandava anche quando lui era bambino, e comanderà ancora quando lui avrà quarant’anni.

Allora fa l’unica scelta che gli sembra libera: se ne va. A Milano, a Bologna, a Berlino, a Londra. Non perché non ami la sua terra. Se ne va perché la ama abbastanza da non volerla vedere uguale per sempre, e non ha trovato un modo per cambiarla restando.

L’emigrazione giovanile non è solo una questione di lavoro. È una questione di speranza. Si parte quando si smette di credere che le cose possano migliorare. E in Sicilia questa fiducia si è consumata anno dopo anno, mandato dopo mandato, elezione dopo elezione con gli stessi protagonisti.

Chi resta e chi decide

Il risultato è un circolo vizioso. I giovani più preparati e più inquieti partono. Restano gli anziani, restano i rassegnati, restano quelli che dal sistema traggono vantaggio. E sono proprio loro a votare, a decidere, a riconfermare. Così il sistema si rafforza, e la spinta a cambiarlo si indebolisce ancora di più.

Ogni ragazzo che parte è un voto in meno per il cambiamento. Ogni paese che si svuota è un paese dove sarà ancora più facile vincere senza sfidanti. La fuga dei giovani non è solo la conseguenza dell’immobilismo. È anche il suo carburante.

L’America ci insegna una cosa semplice

Non serve copiare il sistema americano, che ha i suoi difetti. Ma una lezione da quel voto possiamo prenderla. Il cambiamento non è un evento eccezionale, è una possibilità che deve restare sempre aperta. I cittadini devono sentire che il loro giudizio conta, e conta presto. Chi governa deve sentire che può essere mandato a casa.

Finché in Sicilia il potere non avrà paura degli elettori, nulla si muoverà. E finché nulla si muoverà, i nostri giovani continueranno a partire.

Restare per cambiare

C’è però un’ultima verità, la più scomoda. Le regole non cambieranno da sole, e chi oggi comanda non ha alcun interesse a cambiarle. Il cambiamento può arrivare solo da chi decide di non arrendersi: da chi si candida anche quando sembra inutile, da chi forma una lista anche quando tutti dicono che non vale la pena, da chi va a votare anche quando sembra già tutto scritto.

In America ci sono voluti due anni. In Sicilia ci vorrà di più. Ma se nessuno comincia, non basteranno cinquant’anni. E i nostri giovani continueranno a guardare la loro terra dal finestrino di un aereo.